Ci sono posti che vorremmo facessero da sfondo alle nostre narrazioni, ce ne sono altri che ne diventano straordinariamente i protagonisti. Il sentiero che da Saint-Martin Vésubie in Francia, appena di là dal confine, a Terme di Valdieri attraverso il Colle di Ciriegia è uno di quei posti capaci di suggerire una storia, ma su cui è inutile costruire qualsiasi tipo di trama perché la realtà è più forte di qualsiasi altro racconto.

Verso la Valle Gesso

Sono partito poco prima dell’alba alla volta della Valle Gesso. Sulla Sopraelevata osservo Genova nella sua austera bellezza e, mentre davanti agli occhi ho la luna piena che sta andando a riposare a ponente, nello specchietto retrovisore fanno capolino i primi bagliori dell’alba dietro il Monte di Portofino.

A quell’ora non c’è quasi nessuno in giro e in poco tempo raggiungo il casello di Genova Aeroporto. Solita sosta all’autogrill di Altare per divorare una caracolle (nome d’arte locale della girella) con crema e uvetta e sorseggiare un caffè: è l’abituale viatico alla giornata in montagna.

Riprendo il viaggio, adesso senza più soste, fino a Terme di Valdieri.

Il bello di essere disagiati

Pur avendone la possibilità, decido di non proseguire in auto verso Piano della Casa del Re. Ho voglia di camminare, di macinare chilometri e dislivello: ho voglia di respirare l’aria fresca del mattino nel bosco.

Accendo il GPS e m’incammino. Quasi senza accorgermene imposto un ritmo che a tratti mi fa venire il fiatone, ma non me ne curo e proseguo: da vero disagiato mentale ho l’obiettivo di percorrere i primi cinque chilometri più o meno in un’ora.

Supero il bivio per i laghi di Fremamorta, quello per il Rifugio Bozano e nel tempo impostomi raggiungo il Piano della Casa del Re.

Colle Ciriegia: sul filo della memoria

Qui mi soffermo a leggere il pannello sul ponte di legno che supera il torrente Gesso della Valletta, che descrive il motivo della mia escursione: ripercorrere una pagina di storia recente. Infatti, dal sentiero che da lì a poco avrei imboccato, “Tra l’8 e il 13 settembre 1943 scesero circa 200 ebrei al seguito dei militari sbandati della IV Armata dell’esercito italiano.

Provenivano dalle più diverse località dell’Europa (Polonia, Germania, Ungheria, Austria, Romania, Grecia, Turchia, Croazia, Russia…), che avevano dovuto abbandonare a causa della persecuzione antisemita. Il loro ultimo rifugio era stata la zona di occupazione italiana in Francia, confidando nel fatto che l’esercito italiano non aveva mai consegnato ai tedeschi gli ebrei delle zone di sua competenza.

Il bando del Comando tedesco

Dopo l’armistizio dell’8 settembre tra l’Italia e gli Alleati, i militari italiani si ritirarono attraversando le montagne, abbandonando i capisaldi sulla zona di confine. Gli ebrei li seguirono pensando di trovare in Italia un luogo protetto dalle persecuzioni razziali. Nelle stesse ore altri profughi ebrei, circa 600, imboccavano il sentiero che passa il confine al Colle di Finestra, scendendo a San Giacomo di Entracque.

Ma Cuneo era ancora occupata e un bando emanato dal comando tedesco ordinava l’arresto immediato di tutti gli stranieri che trovano nella zona. 349 ebrei sono rinchiusi nella ex caserma degli alpini di Borgo San Dalmazzo trasformata in campo di concentramento.”

 

La salita al colle è stata agevole, sebbene il vallone attraversato risulti assai selvaggio e poco frequentato (infatti, a salire c’ero solo io 😎), interamente coperto da massi e detriti.

La targa sulla parete della casermetta

Sul colle i ruderi della casermetta a presidio del valico e, sul versante francese, in lontananza fa capolino un bunker.

Ridiscendo il sentiero pensando alle speranze che nutrivano quei poveri cristi mentre, chissà con quale fatica, superavano i sassi e i detriti.

Raggiungo infine Terme di Valdieri, mangio qualcosa e mi rimetto in viaggio verso casa.

 

Ci sono luoghi che la storia la raccontano.

Ci sarò passato accanto decine di volte per raggiungere le mie amate montagne, guardandolo distrattamente pur sapendo cosa rappresenti.

Ma oggi no. Oggi è impossibile far finta di niente.

E così decido di fermarmi: l’impatto è forte.

Davanti a me la ricostruzione di quello che avevo letto nel pannello: “Un paio di mesi dopo 329 di loro sono condotti alla stazione ferroviaria, rinchiusi in carri bestiame e trasportati a Drancy da dove, con diversi convogli sono deportati ad Auschwitz. Soltanto 12 di loro sono sopravvissuti”

Il Memoriale della Deportazione a Borgo San Dalmazzo

I nomi di queste persone stanno, tutti in fila come allora, sul piazzale che li vide partire per l’ultimo viaggio dopo anni di persecuzioni, violenze, umiliazioni. 

Il nome di chi è tornato è in piedi. I nomi sono accostati tra loro secondo i legami familiari, perché fu così che partirono sui vagoni, stretti l’uno all’altro nel tentativo di rassicurarsi al momento di affrontare ancora una volta l’ignoto.

Un luogo che merita rispetto, per non dimenticare i tristi errori del passato.

 

Premessa

Palina all’incrocio

Questa volta, la molla che mi ha portato in montagna è stata la curiosità per alcune storie e leggende che riguardano i posti che sarei andato a vedere e dove non ero mai stato: il lago del Vei del Bouc e il passo di Monte Carboné.

Vi ricorderete certamente la discussione tra i due Gianfranco che coabitano in me al bivio del Gias Sottano del Vei del Bouc, durante l’escursione di domenica scorsa. Quindi, sabato sono ritornato sul luogo del delitto, pur non avendo commesso nessun crimine ??

E questa volta ho deciso di assecondare il Gianfranco, per così dire, più ragionevole. ??

Verso il Lago del Vei del Bouc

Dopo aver avviato il GPS sono partito dalla palina all’ingresso del parcheggio e, dopo avere attraversato il ponte, mi sono diretto verso le ex palazzine reali. Ho fatto rifornimento d’acqua presso la fontana che si trova tra esse e di buon passo (almeno all’inizio) ho risalito la carrareccia che mi ha portato nell’ampio Vallone di Moncolomb. 

Ma quanto è bello?

Ogni volta che, uscendo dal bosco, vedo le cime dei 3.000 più meridionali delle Alpi, mi si apre il cuore! ?

Verso i tre quarti del vallone ho raggiunto il sentiero che mi interessava, ossia quello che va in direzione del lago del Vei del Bouc. Il sentiero inizialmente è bello e procede su erba, poi entra per un bel tratto in un boschetto di faggi per uscire poi allo scoperto su un grande crinale di erba e pietre. Attraversa un rio e poi, con lunghi e numerosi tornanti che sembrano non prendere mai quota (ma quanti sono?), sale in direzione dell’emissario del lago del Vei del Bouc.

Ecco un percorso di allenamento per gli amici trail runner

Volendo vedere il lato positivo della cosa, il sentiero (a tratti rifatto) permette di impostare un passo regolare e (relativamente) poca (forse sarebbe meglio dire “meno”) fatica.  Secondo me, percorrendolo almeno un paio di volte A/R può essere un ottimo percorso di allenamento per chi fa trail running(in effetti, domenica scorsa, al bivio, ho incrociato una runner che scendeva dal lago correndo con disarmante facilità) ?

In prossimità del lago il sentiero diventa meno ripido e a un certo punto incrocia, sulla destra, il ponticello in legno (senza sponde) che conduce alla riva del lago (2.054 m). 

Ho fatto una breve deviazione per ammirare il lago. Questo è quello che si potrebbe definire un luogo dell’anima, solitario e defilato rispetto ai più frequentati itinerari escursionistici. Ne valeva proprio la pena!

Il lago del Vei del Bouc, salendo verso il Passo di Monte Carboné

La leggenda del lago

Al lago è associata la leggenda del Vecchio (Vei, in dialetto locale) e del caprone (Bouc), che narra di un vecchio saggio ritiratosi a vivere quassù, in compagnia di un caprone, dopo un’agiata vita in città.

Morto l’animale, unico amico e conforto, poco dopo si spense anche il vecchio. Il torrente Gesso, impietosito dai due corpi inanimati, li ricoprì con le sue acque dando origine al lago.

C’è da dire che, a onore del vero, fece un bel lavoro: il lago del Vei del Bouc è uno dei più estesi della Valle Gesso di Entracque, con una lunghezza di oltre 450 metri ed una larghezza massima di 200 metri.

(Fonte: “Laghi, cascate e altre meraviglie. 99 escursioni dalla Liguria al Monviso” – Andrea Parodi)

Verso il Passo di Monte Carboné

In realtà, più che il lago del Vei del Bouc, il motivo che mi ha spinto quassù è un altro.

Dopo averne letto in rete, volevo vedere di persona il lago Carboné, dove, in periodi diversi, si sono schiantati due aerei Dakota C-47 dell’ U.S. Air Force.

Quindi, giunto nuovamente al ponte di legno, lo attraverso e mi dirigo alla vicina palina con le indicazioni per il Passo del Monte Carboné.

Tanto è stata agevole (per quanto monotona) la prima parte dell’escursione, tanto si è rivelato un esercizio di orientamento risalire il fianco della montagna. Il sentiero è dapprima inerbito (non ci passano molti escursionisti, evidentemente), ma con un po’ di attenzione non lo si perde mai. Successivamente, dopo l’incrocio per il Colle del Sabbione e il Colle del Vei del Bouc, attraversa una zona selvaggia, caratterizzata da vaste pietraie.

Sempre più in alto (ma senza la grappa: troppo caldo!)

Man mano che salivo il lago del Vei del Bouc si allontanava diventando sempre più piccolo.

Poi, arrivato a un colletto che divide il vallone della Roccia da quello della Valletta, non ho potuto fare a meno di fermarmi ad ammirare tutta la schiera delle vette delle Marittime, a partire dalla Regina, cioè l’Argentera. In primo piano, invece, la Maledia e Clapier.

Il lago della Roccia

Pian piano, dopo numerose svolte su sentiero, veramente senza pendenza e con larghi semicerchi per assecondare il terreno privo di difficoltà (quando veniva a caccia di stambecchi da queste parti, il re voleva fare poca fatica ?), sono sbucato in un’altra selletta dove alla mia sinistra, molto più in basso, mi è apparso il solitario e fuori mano lago della Roccia (almeno 200 metri più in basso).

Dopo aver attraversato un paio di lingue di neve che hanno resistito al caldo torrido di questo inizio di luglio ed essere sprofondato in una di esse fino al ginocchio in una posizione malagevole (ho dovuto scavare per liberare la caviglia), recuperato un assetto di marcia decente, in breve ho raggiunto il Passo del Monte Carboné, un intaglio nella roccia a 2.737 m (anche se la palina indica 2.800 m).

Il lago Carboné

Sul versante opposto, circa 200 metri sotto (ad occhio) mi è apparso il bel lago Carboné, ancora parzialmente ghiacciato.

Mi sarebbe piaciuto ridiscendere verso le sue sponde, ma tre escursionisti incontrati poco prima me lo hanno sconsigliato: loro si erano dovuti legare perché il terreno è franato e friabile.

Meglio non cercarsi rogne!

 

Una storia dimenticata

Dakota C-47

Domenica 24 ottobre 1954. Poco meno di due ore e il Cap Edward A. Manning avrebbe condotto il Dakota C-47, partito da Roma Ciampino alle 15:56, all’aeroporto di Lyon con cinque uomini di equipaggio e sedici passeggeri.

Il piano di volo redatto dal capitano era molto dettagliato, ma indicava erroneamente una quota di volo di 6000 piedi sino a Marsiglia ed una di 8000 piedi sino a Lyon.

Alle 16.28 l’aereo raggiunse il checkpoint di Orbetello a 8000 piedi; all’altezza di Bastia il controllo aereo passò da Roma a Marsiglia che avvertì il pilota del maltempo che avrebbe incontrato lungo la sua rotta, consigliandogli di scendere all’aeroporto di Marignane.

Dal Dakota C-47A non partì mai alcuna risposta

Il Dakota C-47A venne localizzato la mattina del 29 ottobre.

(Fonte: “Ali spezzate – Incidenti aerei sulle Alpi sud-occidentali” a cura di Sergio Costagli e Gerardo Unia – Nerosubianco edizioni)

Tutti i salmi finiscono in Gloria

Sbocconcellata una barretta (durante la salita avevo assunto un gel), rimesso lo zaino in spalla, ho ripercorso a ritroso la strada fatta all’andata. Senza soste, se non per bere dai ruscelli e per proteggere smartphone e videocamera dalla pioggia che stava per sopraggiungere e per ammirare un camoscio che mi si è parato di fronte sul sentiero, sono ridisceso il più velocemente possibile, benché intontito dai tanterrimi tornanti, a San Giacomo di Entracque.

Il mio perenne stato di disagio, mi aveva imposto un tempo di percorrenza (2h45’) che avrei dovuto assolutamente rispettare!?

Obiettivo raggiunto anche questa volta, con svariati minuti di anticipo!

Dopo essermi cambiato, ho dato volentieri il mio contributo all’economia di questa valle: una birra media alla spina al Rifugio Monte Gelas. ??

Avvicinamento

Che notte, quella notte! No, non sono state le zanzare a disturbarmi e non ho dovuto usare “Kriss il zanzariere” (pubblicità dei primi anni ’70), bensì il caldo.

Nel dormiveglia ho realizzato che se avessi voluto sopravvivere alla domenica tappato in casa con ventilatore a palla, sarei dovuto scappare in montagna e avrei dovuto decidere la meta.

Non ci ho messo poi molto: niente Val Grana perché la strada era chiusa per la Granfondo di ciclismo “Fausto Coppi” ma Valle Gesso, nel versante di S. Giacomo di Entracque.

⏰ Bip! Bip! Bip! La sveglia mi ricorda che è ora di alzarsi.

Abluzioni, colazione, zaino, borsa con indumenti di ricambio e cazzatine varie.

Saluto Anna che si raccomanda di farle sapere via WhatsApp dove ho deciso di dirigermi (infatti, come nella migliore tradizione, non ho ancora le idee chiare) ??.

Il viaggio procede senza intoppi. Sosta all’autogrill di Altare e nuova colazione. Di nuovo sulla A6 fino all’innesto con la Asti-Cuneo. Autostrada deserta fino a Cuneo.

Borgo San Dalmazzo, Valdieri, svolta per Entracque e quindi risalita, costeggiando il lago artificiale della Piastra, fino a S. Giacomo di Entracque.

Ultimati i preparativi ho chiuso l’auto e sono andato a riempire le borracce.

Lotta feroce con un tappo che non ne vuole sapere di girare nel giusto verso e conseguente perdita di tempo.

Mi sono incamminato alle 10, minuto più minuto meno, verso il Vallone di Moncolomb.

Verso la meta: sì ma quale?

Con passo spedito (per quanto possibile: sono un bradipo) ho raggiunto la fontana dietro le ex case di caccia e ho bevuto avidamente l’acqua fredda, quasi gelida.

La strada è larga, agevole: invoglia a correre (se solo potessi!) fino all’incrocio con il sentiero che conduce al Lago del Vei del Bouc.

ALT! ?Adesso avrei dovuto decidere dove andare.

Il Gianfranco razionale mi ha detto in un orecchio: sei poco allenato, soprattutto sul dislivello; inizia a fare caldo e più tardi sarà bollente; è un posto dove non sei ancora stato, hai visto dei video su Youtube e ti è piaciuto ; se poi ne avrai voglia e forza, potrai ancora salire. Vai al lago.

Quell’altro Gianfranco, a mo’ di diavoletto ?, invece mi ha sussurrato nell’altro orecchio: è tutto vero.

Però considera: se mai inizi a fare percorsi duri, mai sarai pronto. Poi, dai, solo meno di due ore per raggiungere la meta: che belin di allenamento è? Non sei mica zoppo!

Poi pensa: da questa parte non ci passano che poche persone mentre dall’altra puoi incontrare altri escursionisti e raggiungere il rifugio e…la BIRRA nel microbirrificio più alto d’Italia e forse d’Europa!

Non occorre aggiungere quale dei due Gianfranco abbia avuto la meglio!

Ho voluto la bicicletta…

Ho iniziato a salire con passo regolare ma, man mano che salivo sono venute fuori le conseguenze di un allenamento approssimativo: quadricipiti tendenti al legnoso (al marmoreo per fortuna no) e fiato tendente al corto. Aggiungeteci il caldo “fotonico” e l’assenza quasi totale di alberi e avete un’idea del mio stato fisico.

Però…la birra “Pagarina” di Aladar, il gestore del Rifugio Federici-Marchesini, più conosciuto come Pagarì, è una molla così potente che mi ha fatto stringere i denti. Ho rallentato il passo, mi sono concesso qualche sosta di più (non ero mica in gara, ecchecaspita!) e, alla fine, ho raggiunto la meta ai piedi dell’imponente parete della cima della Maledia e sotto le cime del Peirabroc e del Caïre del Muraion, dopo avere attraversato anche due lingue di neve.

L’agognato premio

Sono entrato disfatto dal caldo e la prima invocazione a Aladar (Andrea Pittavino) è stata…BIRRA!

Poi ho chiesto la linea per telefonare alla mia dolce metà, che non sapeva ancora dove io fossi finito.

Mi ha stappato una “Pagarina” che credo fosse “ambrata” (non ero lucido, né per chiederlo né per capirlo). ???

L’ho bevuta subito, con avidità.

La quantità, né troppa né troppo poca che è l’avvio ideale.

Il benessere immediato, sottolineato da un sospiro e da un silenzio altrettanto eloquente.

Ho riappoggiato sul tavolo il piccolo bicchiere, l’ho allontanato, l’ho riavvicinato e l’ho riempito nuovamente più e più volte: il giusto premio alla mia fatica!

Ne avrei voluto ordinare subito un’altra, ma ho avuto paura di obnubilarmi: avevo ancora più di 11 chilometri di discesa.

Cliccando sul link, maggiori info sul birrificio e sulla sua produzione. 

Ho pranzato con un piatto di penne integrali “bio” (attento ai prodotti che utilizza per pranzi e cene, Aladar ha deciso di servire solamente cibi equosolidali, dal cacao al caffè e il rifugio ha la certificazione europea Ecolabel), ho preso il caffè mentre chiedevo a Aladar di rabboccarmi le borracce (anche lui si è picchiato con lo stesso tappo).

Verso valle

La nebbia che avvolgeva il rifugio mi suggeriva di stare con gli occhi bene aperti, durante la discesa. Primo nevaio: ok. Secondo nevaio: ancora in piedi.

Poi, a breve distanza, due storte sulla stessa caviglia. Ecchecazzo!

Tuoni sotto la nebbia. Cercavo di capirne la direzione e intanto aumentavo il passo quasi senza accorgermene. Chissà perché, da sempre, quando c’è tempo tendente al piovoso (o piove), mi sento meglio e quasi corro. Boh!

Quasi a metà percorso mi ha beccato l’acquazzone. Avevo indossato il gilet antivento e con quello sono rimasto: non avevo freddo e non mi dava fastidio la pioggia.

Il pensiero, adesso, era rivolto agli “appoggi”: non volevo scivolare sulle pietre umide.

Ormai quasi arrivato alla passerella sul rio Pantacreus, ho sentito dei rumori alla mia sinistra: voltandomi ho visto un bell’esemplare di maschio di stambecco uscire da un macchione. Solo nel Parco delle Alpi Marittime si incontrano animali in libertà con tanta frequenza: impagabile!

Camminando spedito ho raggiunto la famiglia che era partita una mezz’oretta prima di me dal rifugio.

Non pioveva più.

Ora, il più era fatto: non restava che cercare di camminare il più velocemente possibile per stare entro le 2h30’ (sarò disadattato?). Ci sono riuscito.

Il pretesto per un’altra birra a Valdieri: questa volta Ichnusa. ?

Sabato scorso sono ritornato a Chiotti, borgata del Comune di Castelmagno (Cn) dove abbiamo una casetta, per verificare gli eventuali danni provocati più che dall’inverno (in realtà mite) dalla primavera (in realtà presentatasi in veste invernale).

Ho fatto una passeggiata fino al Santuario dove ho realizzato il video che trovate sulla pagina Facebook; sono tornato a casa scendendo in parte per il Cammino di San Magno a recuperare la mamma.

Poi alle 13:00 in punto il mio orologio biologico e la mia innata visione gastrica della vita mi hanno spinto alla ricerca di cibo.

Chiusa ormai da parecchio tempo la “Tana d’la marmota”, speravo davvero riaprisse un nuovo rifugio/ristoro.

C’è voluto un gruppo di ragazzi in gamba, simpatici, cordiali ma soprattutto molto coraggiosi a inaugurare, il 12 gennaio scorso il Rifugio escursionistico MARAMAN , poco sopra il Santuario di San Magno. Da qui è possibile partire per l’escursione fino al Monte Tibert (2.647 m.) 

Il locale è molto carino, l’accoglienza ottima. Notevoli le due vetrate con vista sulla parte alta della Valle Grana: abbiamo pranzato contemplando le vette circostanti.

La vista dalla vetrata, mentre si pappano cose buone…

Il menù è legato alla tradizione piemontese e ai prodotti locali a km 0.
Noi abbiamo gustato una buona polenta con lo spezzatino e un generoso bicchiere di rosso.
Anche le torte sono fatte rigorosamente da loro.
Il tutto a prezzi onestissimi!
Da sabato, poi, è possibile noleggiare una e-bike per raggiungere con meno fatica (non è che non se ne fa, eh!) il Colle Fauniera e la statua dedicata a Marco Pantani.
Complimenti ragazzi! Continuate così!

Dopo le esperienze nei trail e, soprattutto negli ultra trail, ha voluto realizzare un sogno particolare, non certamente l’unico: correre nel deserto.

Francesca Billi, per me semplicemente “WonderBilli”, oltre ad essere un’amica è una libera professionista, una moglie, una mamma (sappiamo bene cosa ciò voglia dire) è un’appassionata di tutto ciò che è attività outdoor. 

(Foto: Francesca Billi)

Dal 6 al 13 aprile scorso ha partecipato, terminandola, alla 34a Marathon des Sables (MdS – http://www.marathondessables.com), una gara di circa 240 km nel deserto marocchino.

E’ la gara che ha consacrato alla leggenda Marco Olmo, per intenderci.

La manifestazione dura una settimana, con sei frazioni e un giorno di riposo.

I partecipanti percorrono le tappe in completa autosufficienza alimentare; lungo il percorso c’è un ristoro ogni dieci chilometri, dove i partecipanti possono ritirare la razione personale di acqua giornaliera (nove litri).

Qualche numero per dare l’idea dell’impresa della mia amica: 160 donne da tutto il mondo hanno preso parte a questa edizione della MdS. Di queste solo tre italiane e tutte felicemente arrivate al traguardo.

Al suo ritorno le ho chiesto di raccontarmi le sue emozioni e il suo personalissimo “dietro le quinte” di un viaggio che, sicuramente, lascia il segno.

Più di una gara

La MdS: una gara o un viaggio?

La MdS è un viaggio: assolutamente! Dentro e fuori di sé. In cui ci si misura con le proprie fragilità; in cui ci si mette in gioco e occorre sapersela cavare in tutte quelle situazioni di difficoltà fisica o mentale che via via si presenteranno, che potranno essere tante e mutevoli.

Poi c’è la particolarità di una gara a tappe, che presenta aspetti che mai avevo affrontato: è tutto una novità. Sono partita però con l’entusiasmo e l’intima sensazione che sarebbe stato tutto bellissimo. Fortunatamente, poi, le aspettative sono state di gran lunga superate!

(Foto: Francesca Billi)

Cosa ti ha spinto a cimentarti in una gara così? (avevi un motivo/obiettivo preciso, un sogno, una battaglia/rivincita personale,…..)

Correre nel deserto è sempre stato il mio sogno, fin da quando ho iniziato a praticare il trail running nel 2013.

Come ti sei allenata?

Gli allenamenti sono stati particolari, perché essendo infortunata, il coach li ha modulati in funzione della patologia e sono consistiti soprattutto in sessioni di potenziamento muscolare, in particolare della schiena e delle gambe. Poi tante passeggiate a ritmo un po’ sostenuto con dislivello, sia per testare i materiali che , soprattutto, per abituarsi al peso dello zaino che in allenamento non ha mai superato i 6-7 kg. Portavo sulla schiena il peso della cultura classica: i dizionari di greco e latino dei miei figli.

I Materiali

Uno degli aspetti più importanti penso sia la preparazione dei materiali: come ti sei regolata?

L’organizzazione del materiale è fondamentale, essendo la MdS una gara in autosufficienza totale.

Uno degli aspetti più importanti è trovare il gusto equilibrio tra la completezza del materiale e il suo “peso”. Per trovarlo, ho dovuto reperire il materiale obbligatorio con il peso minore possibile.

Svelami il contenuto del tuo zaino e l’ordine in cui hai inserito i materiali

All’esterno ho messo il materassino e il sacco a pelo. All’interno tutto materiale medico-sanitario obbligatorio e no: kit dissenteria, kit vesciche, kit bendaggi. Poi qualche antinfiammatorio, qualora fosse stato proprio necessario. Nel marsupio davanti occhiali da sole, amminoacidi, sali, bussola e specchietto.

Un’altra componente che credo sia fondamentale è l’abbigliamento: come ti sei vestita?

Avevo una tenuta da gara composta da pantaloncini e t-shirt e tre bandane.

Una per la testa, che avevo cura di bagnare regolarmente; due che mettevo sotto gli spallacci dello zaino per alleviarne la frizione dovuta al peso. Avevo, ovviamente, un cambio per la sera, finita la gara. Calze, invece, ne avevo una pulita per tappa. I piedi sono troppo delicati.

Nel deserto il bucato asciuga in un’ora. Ho un bellissimo ricordo di queste maglie lavate alla bell’e meglio senza sapone, che sventolano dalle tende. Ancorate con le spille da balia.

I Piedi

Sicuramente, tra le parti del corpo più sollecitate dalla MdS ci sono i piedi: come hai combattuto vesciche e abrasioni?

Ho iniziato mesi prima la preparazione dei piedi con creme ammorbidenti e togliendo eventuali callosità. Durante la gara ho usato molto una crema all’ossido zinco. Ho avuto in unica vescica al terzo giorno: subito curata, non mi ha più dato problemi. Ho patito anche una vescica sulla mano, dovuta alla frizione dei bastoncini.

Il Cibo

(Foto: Francesca Billi)

Francesca, dimmi: hai portato nel deserto anche il pesto?

Magari! Ma non era proprio il caso.

Ogni mattina aprivo pacchetto del cibo. Facevo colazione con una barretta e del caffè solubile. Poi preparavo la razione per la gara. Mantenendo da parte quella per il fine gara e la cena. Durante la gara utilizzavo circa tre barrette e dei chomps: gel in caramelle. In pratica due gel. A fine gara subito una bustina di “recovery” (carboidrati, amminoacidi, sali) da diluire così mi reidratavo anche per bene e un’altra barretta. A cena, carne salada e due barrette.

La barretta del mattino era proteica; durante la gara a base di carboidrati; per reintegrare a fine gara e per cena, invece, era mista.

Non ho utilizzato liofilizzati per scelta.

Sicuramente, per le prossime esperienze di gare a tappe, porterò la bresaola sottovuoto. Anche per la MdS ci avevo pensato, ma poi non sono riuscita a organizzarmi.

Vita da gara

(Foto: Francesca Billi)

Il bivacco è un’esperienza a sé: come funziona?

L’organizzazione della MdS impegna circa 600 persone tra addetti propri e staff di supporto che gestiscono le 300 tende per i concorrenti, per l’organizzazione e quelle mediche (sono presenti 60 tra medici e paramedici), che ogni giorno sono montate, smontate, spostate e rimontate. Sono due i campi che si muovono a staffetta con i concorrenti: ogni mattina alle cinque, che tu stia dormendo o sia già sveglio, il campo è smontato e spostato all’arrivo della tappa successiva, dove è rimontato completamente. Tutto questo avviene per sette giorni senza l’ausilio di strade: è un vero campo nomade che si sposta in giro per il deserto.

La vita del campo e la parte più bella. Ci si sveglia insieme. Ci si prepara, si condividono il caffè e le barrette; le salviette; le emozioni, gli abbracci, i baci.

Nella nostra tenda eravamo in otto, lo spazio era davvero minimo, si viveva gomito a gomito e con i compagni: si è creato subito un legame strettissimo. Si diventa amici per la vita. Io ho incontrato Tea e Luigi e saremo legati a vita. Lo so.

Non c’è mai stato un accenno di attrito anche in situazioni difficili, eravamo tutti uniti e solidali per “sopravvivere” e arrivare in fondo. Durante la gara difficilmente incontravo i miei compagni: erano più veloci. Perciò ci si ritrovava sempre alla partenza e/o all’arrivo.

Si arrivava in tenda alla spicciolata. E non sai mai se qualcuno si è ritirato fino a che non finisce il tempo limite.

I componenti della nostra tenda sono tutti arrivati: tutti FINISHER della MdS 2019!

 

Come si sviluppa una giornata tipo?

È bella articolata! Nonostante la sveglia sia molto presto, il tempo prima della partenza non va sottovalutato perché ci sono tante cose da fare. Impacchettare tutto, rimetterlo nello zaino, fare colazione, lavarsi meglio che si può.

Poi arrivano gli addetti del campo e fanno il giro e scoperchiano tutte le tende. E che ci sia vento, sole caldo o freddo rimani lì senza un tetto e te la ridi perché non sai mai a quale tenda tocchi per primo. Poi c’è adunata per briefing e lo start.

La Nostalgia

(Foto: Francesca Billi)

Sei tornata anche tu con il “mal di deserto”?

Sono tornata, ma non penso che tornerò mai del tutto.

Tornare a casa è bello perché lì ci sono i tuoi affetti. Ma quello che ho lasciato nel deserto è veramente profondo. Un’esperienza che ti porta ad attraversare la tua anima e il tuo cuore.

Più che “mal di deserto”, direi meglio “mal di libertà assoluta”: stare sotto il cielo stellato con il naso all’insù, senza telefono senza social, senza niente: è stupendo!

Un momento di grande riflessione e crescita personale.

Ho scoperto che ci si può lavare benissimo con una bottiglia di acqua al giorno.

Che si può dormire per terra e svegliarsi con la sabbia tra i denti ed essere felici.

La felicità nell’essenzialità che però ti riporta a te stesso.

Ecco, tutto questo che ho provato a sintetizzare, mi fa dire che sicuramente la MdS è un’esperienza che vale la pena provare.