Perché Righi?

Confesso: mi era completamente ignoto.

Sarà perché ho sempre conosciuto la località con questo nome.

Poi, mentre attendevo l’arrivo delle cabine della funicolare, mi sono soffermato a leggere i pannelli che spiegano la sua storia.

E tutto è diventato più chiaro.

Dunque, correva l’anno 1871 quando a Lucerna, in Svizzera, Franz Josef Bucher (chissà se i cavalli nitrivano quando si faceva il suo nome? 😜) inaugurava la cremagliera di Vitznau, l’impianto che collegava la città al monte Rigi e all’albergo che questo imprenditore svizzero aveva da poco costruito.

Una ventina di anni dopo Bucher arrivò in visita nella nostra città, salì sulla collina del Castellaccio ed ebbe l’illuminazione: perché non costruire anche a Genova un impianto simile a quello di Vitznau, che la collegasse alla alture?

La risposta pare sia stata: “SI…PUO’…FAREEE!”. 🤣🤣

Quindi nel 1897 il Comune di Genova inaugurava la sua prima funicolare, che collegava Largo Zecca (dove alla fine dell’800 si fabbricavano le palanche) alla cima di un monte che, proprio per la somiglianza con il Rigi svizzero, venne ribattezzato “Righi”, che altro non è se non la pronuncia tedesca di Rigi.

Prima parte della discesa

Per comodità, perché è subito a destra dell’uscita della funicolare, inizio da Salita Superiore San Simone.

L’ho sempre intravista, perché quando decido di fare allenamento da queste parti, posteggio in Largo Caproni: mi ha sempre incuriosito incutendomi però un certo timore.

Adesso è giunta l’ora di buttare il cuore oltre l’ostacolo e fare come gli anatroccoli al primo volo: buttarsi giù senza pensarci troppo.

All’inizio della discesa

Pochi passi e subito la mia attenzione è colpita da un intarsio di mattonelle blu che introduce ad una discesa ripidissima (attenzione, perché mattoni e ciottoli, dopo un acquazzone o con l’umidità dovuta al vento di mare sono scivolosissimi e il rischio di atterrare bruscamente col fondoschiena è molto più che reale!).

Alzo lo sguardo e vedo il porto: apparentemente è vicino, in realtà separato da un numero indefinito di mattoni rossi incastrati fra loro.

 

C’era una volta l’Hotel Righi

Mi volto dal lato opposto e noto una cupola a dir poco originale: è quella dell’ex “Hotel Ristorante Righi”, prestigioso albergo di fine ‘800. Doveva essere un posto presumibilmente molto à la page, frequentato da gente chic. Oggi è un’esclusiva dimora privata.

Inizia la discesa: porticine di legno scolorito o di metallo arrugginito fanno da argine a mondi disabitati.

Seconda parte della discesa

Arrivo in Via Marco Preve, la supero e la discesa prosegue ancora più ripida, sinuosa, suggestiva fino ad arrivare alla stazione di San Nicola e all’omonima chiesa.

Torno verso levante su Corso Firenze per cercare la parte inferiore di Salita San Simone. La parte alta di Salita San Nicolò la rimando ad un altro volo…

La creuza dark

Poche decine di metri e, sulla destra, incrocio la crêuza che cerco.

E’ la più “dark” tra quelle che conosco: uno scivolo di mattoni proteso verso un edificio spettrale con tanto di torre merlata e finestra con grate.

La mattonata s’innesta in Salita San Nicolò e prosegue tra ruderi, inferriate, arcate che non conducono da nessuna parte, fino all’Albergo dei Poveri: quello che era il “santuario dei misci” (=senza un soldo, in questo caso anche senza fissa dimora) più grande del mondo.

Poco prima, sulla destra, un’edicola che raffigura l’apparizione delle Madonna della Guardia e sulla sinistra una sorta di castelletto merlato.

Prendendo sulla sinistra Via Carlo Pastorino e, successivamente, scendendo in Corso Carbonara sul marciapiede di sinistra, si raggiunge il cancello di una villa e ci appare il varco di Salita San Bartolomeo del Carmine.

Il quartiere del Carmine

Erano anni che non passavo più di qui.

La percorrevo quando, dopo aver trovato parcheggio “free” (allora le zone blu erano relativamente poche), ritornavo verso il centro cittadino.

Piazzetta e Chiesa

Sul filo dei ricordi non l’ho percorsa per intero, ma mi sono fatto rapire dal varco che si apre sulla sinistra e che introduce ad un gioiello poco conosciuto da “locals” e “foresti”: piazzetta dell’Olivella e Chiesa di San Bartolomeo.

Piazzetta della Giuggiola

Sempre più curioso e affascinato ho proseguito verso Vico della Giuggiola, percorrendolo tutto per arrivare alla piazzetta omonima: altra meraviglia del Carmine!

Non si può non rimanere a bocca aperta davanti al trionfo di arcate, scalette, anfratti misteriosi e pavimentazione di un tempo che fu.

Poi sono sceso verso la città passando in Vico del Cioccolatte, sino a lambire Vico della Fragola e Vico dello Zucchero: la parte dolce del quartiere.

Fuori dal Carmine, incanto e dolcezza svaniscono istantaneamente: il frastuono del traffico è la colonna sonora che mi spinge a riprendere la funicolare per fuggire verso un’altra discesa.

 

(Continua…)

 

 

Percorso zen

Domenica ho deciso di andare per crêuze (o crose) e funicolari, lasciando libero spazio alla curiosità, scattando ogni tanto una foto e facendo ogni volta un passettino avanti nella conoscenza di Genova.

Un percorso quasi zen. Una sorta di terapia rigenerante.

E ho deciso di farlo in un modo originale (almeno per me, che mi diverto soprattutto quando la strada sale, magari ripida): camminando esclusivamente in discesa, spalle ai monti e volto al mare, con il porto e la Lanterna in lontananza.

Le crêuze

Salita Superiore San Simone

Eh, belìn! Adesso si fa dura: come si racconta a un “foresto” che cosa sono le crêuze?

La spiegazione “ufficiale” direbbe che si tratta di antiche vie in salita che collegano il centro storico genovese alla parte alta della città, raggiungendo infine le mura.

Molto spesso presentano mattoni rossi al centro (pensate per i viandanti) e ciottoli ai lati (per offrire maggiore resistenza agli zoccoli degli animali da soma).

Corrono attraverso muri in pietra che, sormontati da cocci aguzzi di bottiglia, delimitano le proprietà e custodiscono gelosamente qualsiasi cosa esista o accada oltre il loro profilo.

Scorcio di Salita Superiore San Simone

“Di monte” e “di mare”

Se le percorriamo in salita, proiettati verso nuovi universi, diventano “di monte”; mentre se le usiamo a mo’ di trampolino per arrivare al filo di costa diventano “di mare”. Queste ultime sono diventate famose grazie a Faber.

In un passato più o meno lontano furono arterie logistiche di importanza notevole: servirono soprattutto per traghettare uomini e merci verso (e da) la pianura padana. Ma le crêuze sono soprattutto pendenza, aria.

Il ritmo costante in salita (per non scoppiare dopo pochi metri) e quello di un passo leggero in discesa (le ginocchia ringrazieranno).

Sono:

  • gradini, tanti, a non finire.
  • sole a picco e un muro che fa ombra.
  • silenzio, luce.

Arrivare in cima è sempre una conquista; ma anche arrivare in fondo senza ruzzolare!

Quindi avrete capito che c’è un solo modo di raccontare una crêuza e le emozioni che sprigiona: percorrendola passo dopo passo.

In partenza verso orizzonti sconosciuti… Ma il pilota è tranquillo.

La funicolare Zecca-Righi

Collega il centro città con il Parco delle Mura. Si sale con pendenze notevoli (media, circa il 20%; massima, circa il 35%) lungo strette gallerie: un vero e proprio viaggio iniziatico verso dimensioni differenti.

Cabine rosse. Le porte si aprono e…”Welcome on board!”

Si parte. Sembra di stare su un razzo: “Houston! Houston!…”

No, non ci sono problemi (almeno questa volta, benché sovente vada in tilt).

Le gallerie sono scavate nella roccia: lo spazio tra le cabine e le pareti è così poco, che al passaggio si potrebbe sfregare un fiammifero e accenderlo istantaneamente.

Salendo la prima fermata porta il nome di un santo: Nicola, che come primo miracolo sdoppia i binari per consentire l’incrocio delle cabine. Non male!

Poi, giardini appesi di rose, biancheria stesa e limoni.

Dopo circa un quarto d’ora si raggiunge la stazione a monte, al Righi, affacciata su uno slargo dedicato a Giorgio Caproni.

E a chi se non a lui che, proprio perché “foresto” (era di Livorno), è stato affascinato dalla verticalità della mia bellissima città. Per gli abitanti, invece, la verticalità è sempre stata una condizione necessaria.

Le frecce dicono che da qui partono i sentieri per i forti che in epoche passate hanno difeso la Superba (per raggiungerli quasi tutti potete scaricare, nella sezione “Intorno a Genova”, il Guidebook n° 2).

Ora non mi resta che decidere quale crêuza imboccare per scendere e… non c’è che l’imbarazzo della scelta!

(Continua…)

 

 

Attenzione! Può creare dipendenza

Per chi come me va per bricchi (ma anche per i più sedentari), c’è un alimento che può essere in diversi momenti della giornata colazione (magari pucciata nel cappuccino o a rinforzo di un espresso), pranzo (liscia o in una delle sue varianti), merenda/spuntino/aperitivo (magari con salame e vino bianco in qualche locale dell’entroterra): è la FOCACCIA!

Ha sempre il suo perché

➡️ Con gli “occhi” detti anche “ombelichi”, “ombrisalli” in genovese, dove si raccolgono l’olio EVO e il sale della spennellata data prima dell’ultima lievitazione;

➡️  DEVE essere gustata “a rovescio” (rispetto a quanto vedo fare da quasi tutti): appoggiando, cioè, la parte con gli “ombrisalli” sulla lingua per lasciarsi accarezzare le papille gustative;

➡️ Indissolubilmente legata a Genova (infatti la sentiamo nostra) anche se, vi assicuro, sarebbe imperdonabile non assaporare anche le sue varianti, presenti in tutta la Liguria;

➡️  Che oltre che “a peso”, può essere acquistata secondo altre “unità di misura” più autenticamente locali:

  • sleppa (o slerfa) (che equivale a 150-200 g);
  • strisce (misura equivalente circa a 40-60 g);
  • ruota (in molti forni dell’entroterra savonese i testi di cottura erano e sono circolari di circa 30-40 cm di diametro, pertanto all’acquisto si può richiedere una ruota di focaccia o mezza ruota o un quartino o altra frazione).

(Photo credits: www.priano.info)

Focaccia di Voltri

Se avete intenzione di percorrere l’itinerario descritto nel Guidebook n° 3 nella zona del Beigua (Voltri-Monte Reixa)  è d’obbligo fermarsi a Voltri per gustare la variante locale della focaccia.

Dire focaccia e dire “focaccia di Voltri” significa parlare di due cose simili ma completamente differenti, pur contenendo la focaccia di Voltri gli stessi ingredienti della focaccia genovese classica. Quello che cambia sono le proporzioni, l’idratazione e la consistenza della pasta, ma soprattutto la tecnica di infornatura, azione fondamentale al fine di consentire la perfetta riuscita di questa particolare tipologia di focaccia.

Quello che contraddistingue la focaccia di Voltri è però il fatto che, una volta terminata la lievitazione, l’impasto va inserito in teglia e la parte superiore della focaccia e la teglia sono cosparse di farina di mais (la polenta, per intenderci).

Questa focaccia è sottile e croccante all’esterno ma al tempo stesso soffice al suo interno: slurp! 😋😋

Consiglio finale ai non genovesi

Infine, un consiglio spassionato ai “foresti”.

Noi che abitiamo a Genova abbiamo un carattere difficile, teniamo molto alle nostre cose, siamo gelosi e orgogliosi: per questo, non chiamatela mai e poi mai “pizza bianca”!

Ci sono posti che vorremmo facessero da sfondo alle nostre narrazioni, ce ne sono altri che ne diventano straordinariamente i protagonisti. Il sentiero che da Saint-Martin Vésubie in Francia, appena di là dal confine, a Terme di Valdieri attraverso il Colle di Ciriegia è uno di quei posti capaci di suggerire una storia, ma su cui è inutile costruire qualsiasi tipo di trama perché la realtà è più forte di qualsiasi altro racconto.

Verso la Valle Gesso

Sono partito poco prima dell’alba alla volta della Valle Gesso. Sulla Sopraelevata osservo Genova nella sua austera bellezza e, mentre davanti agli occhi ho la luna piena che sta andando a riposare a ponente, nello specchietto retrovisore fanno capolino i primi bagliori dell’alba dietro il Monte di Portofino.

A quell’ora non c’è quasi nessuno in giro e in poco tempo raggiungo il casello di Genova Aeroporto. Solita sosta all’autogrill di Altare per divorare una caracolle (nome d’arte locale della girella) con crema e uvetta e sorseggiare un caffè: è l’abituale viatico alla giornata in montagna.

Riprendo il viaggio, adesso senza più soste, fino a Terme di Valdieri.

Il bello di essere disagiati

Pur avendone la possibilità, decido di non proseguire in auto verso Piano della Casa del Re. Ho voglia di camminare, di macinare chilometri e dislivello: ho voglia di respirare l’aria fresca del mattino nel bosco.

Accendo il GPS e m’incammino. Quasi senza accorgermene imposto un ritmo che a tratti mi fa venire il fiatone, ma non me ne curo e proseguo: da vero disagiato mentale ho l’obiettivo di percorrere i primi cinque chilometri più o meno in un’ora.

Supero il bivio per i laghi di Fremamorta, quello per il Rifugio Bozano e nel tempo impostomi raggiungo il Piano della Casa del Re.

Colle Ciriegia: sul filo della memoria

Qui mi soffermo a leggere il pannello sul ponte di legno che supera il torrente Gesso della Valletta, che descrive il motivo della mia escursione: ripercorrere una pagina di storia recente. Infatti, dal sentiero che da lì a poco avrei imboccato, “Tra l’8 e il 13 settembre 1943 scesero circa 200 ebrei al seguito dei militari sbandati della IV Armata dell’esercito italiano.

Provenivano dalle più diverse località dell’Europa (Polonia, Germania, Ungheria, Austria, Romania, Grecia, Turchia, Croazia, Russia…), che avevano dovuto abbandonare a causa della persecuzione antisemita. Il loro ultimo rifugio era stata la zona di occupazione italiana in Francia, confidando nel fatto che l’esercito italiano non aveva mai consegnato ai tedeschi gli ebrei delle zone di sua competenza.

Il bando del Comando tedesco

Dopo l’armistizio dell’8 settembre tra l’Italia e gli Alleati, i militari italiani si ritirarono attraversando le montagne, abbandonando i capisaldi sulla zona di confine. Gli ebrei li seguirono pensando di trovare in Italia un luogo protetto dalle persecuzioni razziali. Nelle stesse ore altri profughi ebrei, circa 600, imboccavano il sentiero che passa il confine al Colle di Finestra, scendendo a San Giacomo di Entracque.

Ma Cuneo era ancora occupata e un bando emanato dal comando tedesco ordinava l’arresto immediato di tutti gli stranieri che trovano nella zona. 349 ebrei sono rinchiusi nella ex caserma degli alpini di Borgo San Dalmazzo trasformata in campo di concentramento.”

 

La salita al colle è stata agevole, sebbene il vallone attraversato risulti assai selvaggio e poco frequentato (infatti, a salire c’ero solo io 😎), interamente coperto da massi e detriti.

La targa sulla parete della casermetta

Sul colle i ruderi della casermetta a presidio del valico e, sul versante francese, in lontananza fa capolino un bunker.

Ridiscendo il sentiero pensando alle speranze che nutrivano quei poveri cristi mentre, chissà con quale fatica, superavano i sassi e i detriti.

Raggiungo infine Terme di Valdieri, mangio qualcosa e mi rimetto in viaggio verso casa.

 

Ci sono luoghi che la storia la raccontano.

Ci sarò passato accanto decine di volte per raggiungere le mie amate montagne, guardandolo distrattamente pur sapendo cosa rappresenti.

Ma oggi no. Oggi è impossibile far finta di niente.

E così decido di fermarmi: l’impatto è forte.

Davanti a me la ricostruzione di quello che avevo letto nel pannello: “Un paio di mesi dopo 329 di loro sono condotti alla stazione ferroviaria, rinchiusi in carri bestiame e trasportati a Drancy da dove, con diversi convogli sono deportati ad Auschwitz. Soltanto 12 di loro sono sopravvissuti”

Il Memoriale della Deportazione a Borgo San Dalmazzo

I nomi di queste persone stanno, tutti in fila come allora, sul piazzale che li vide partire per l’ultimo viaggio dopo anni di persecuzioni, violenze, umiliazioni. 

Il nome di chi è tornato è in piedi. I nomi sono accostati tra loro secondo i legami familiari, perché fu così che partirono sui vagoni, stretti l’uno all’altro nel tentativo di rassicurarsi al momento di affrontare ancora una volta l’ignoto.

Un luogo che merita rispetto, per non dimenticare i tristi errori del passato.

 

Premessa

Palina all’incrocio

Questa volta, la molla che mi ha portato in montagna è stata la curiosità per alcune storie e leggende che riguardano i posti che sarei andato a vedere e dove non ero mai stato: il lago del Vei del Bouc e il passo di Monte Carboné.

Vi ricorderete certamente la discussione tra i due Gianfranco che coabitano in me al bivio del Gias Sottano del Vei del Bouc, durante l’escursione di domenica scorsa. Quindi, sabato sono ritornato sul luogo del delitto, pur non avendo commesso nessun crimine ??

E questa volta ho deciso di assecondare il Gianfranco, per così dire, più ragionevole. ??

Verso il Lago del Vei del Bouc

Dopo aver avviato il GPS sono partito dalla palina all’ingresso del parcheggio e, dopo avere attraversato il ponte, mi sono diretto verso le ex palazzine reali. Ho fatto rifornimento d’acqua presso la fontana che si trova tra esse e di buon passo (almeno all’inizio) ho risalito la carrareccia che mi ha portato nell’ampio Vallone di Moncolomb. 

Ma quanto è bello?

Ogni volta che, uscendo dal bosco, vedo le cime dei 3.000 più meridionali delle Alpi, mi si apre il cuore! ?

Verso i tre quarti del vallone ho raggiunto il sentiero che mi interessava, ossia quello che va in direzione del lago del Vei del Bouc. Il sentiero inizialmente è bello e procede su erba, poi entra per un bel tratto in un boschetto di faggi per uscire poi allo scoperto su un grande crinale di erba e pietre. Attraversa un rio e poi, con lunghi e numerosi tornanti che sembrano non prendere mai quota (ma quanti sono?), sale in direzione dell’emissario del lago del Vei del Bouc.

Ecco un percorso di allenamento per gli amici trail runner

Volendo vedere il lato positivo della cosa, il sentiero (a tratti rifatto) permette di impostare un passo regolare e (relativamente) poca (forse sarebbe meglio dire “meno”) fatica.  Secondo me, percorrendolo almeno un paio di volte A/R può essere un ottimo percorso di allenamento per chi fa trail running(in effetti, domenica scorsa, al bivio, ho incrociato una runner che scendeva dal lago correndo con disarmante facilità) ?

In prossimità del lago il sentiero diventa meno ripido e a un certo punto incrocia, sulla destra, il ponticello in legno (senza sponde) che conduce alla riva del lago (2.054 m). 

Ho fatto una breve deviazione per ammirare il lago. Questo è quello che si potrebbe definire un luogo dell’anima, solitario e defilato rispetto ai più frequentati itinerari escursionistici. Ne valeva proprio la pena!

Il lago del Vei del Bouc, salendo verso il Passo di Monte Carboné

La leggenda del lago

Al lago è associata la leggenda del Vecchio (Vei, in dialetto locale) e del caprone (Bouc), che narra di un vecchio saggio ritiratosi a vivere quassù, in compagnia di un caprone, dopo un’agiata vita in città.

Morto l’animale, unico amico e conforto, poco dopo si spense anche il vecchio. Il torrente Gesso, impietosito dai due corpi inanimati, li ricoprì con le sue acque dando origine al lago.

C’è da dire che, a onore del vero, fece un bel lavoro: il lago del Vei del Bouc è uno dei più estesi della Valle Gesso di Entracque, con una lunghezza di oltre 450 metri ed una larghezza massima di 200 metri.

(Fonte: “Laghi, cascate e altre meraviglie. 99 escursioni dalla Liguria al Monviso” – Andrea Parodi)

Verso il Passo di Monte Carboné

In realtà, più che il lago del Vei del Bouc, il motivo che mi ha spinto quassù è un altro.

Dopo averne letto in rete, volevo vedere di persona il lago Carboné, dove, in periodi diversi, si sono schiantati due aerei Dakota C-47 dell’ U.S. Air Force.

Quindi, giunto nuovamente al ponte di legno, lo attraverso e mi dirigo alla vicina palina con le indicazioni per il Passo del Monte Carboné.

Tanto è stata agevole (per quanto monotona) la prima parte dell’escursione, tanto si è rivelato un esercizio di orientamento risalire il fianco della montagna. Il sentiero è dapprima inerbito (non ci passano molti escursionisti, evidentemente), ma con un po’ di attenzione non lo si perde mai. Successivamente, dopo l’incrocio per il Colle del Sabbione e il Colle del Vei del Bouc, attraversa una zona selvaggia, caratterizzata da vaste pietraie.

Sempre più in alto (ma senza la grappa: troppo caldo!)

Man mano che salivo il lago del Vei del Bouc si allontanava diventando sempre più piccolo.

Poi, arrivato a un colletto che divide il vallone della Roccia da quello della Valletta, non ho potuto fare a meno di fermarmi ad ammirare tutta la schiera delle vette delle Marittime, a partire dalla Regina, cioè l’Argentera. In primo piano, invece, la Maledia e Clapier.

Il lago della Roccia

Pian piano, dopo numerose svolte su sentiero, veramente senza pendenza e con larghi semicerchi per assecondare il terreno privo di difficoltà (quando veniva a caccia di stambecchi da queste parti, il re voleva fare poca fatica ?), sono sbucato in un’altra selletta dove alla mia sinistra, molto più in basso, mi è apparso il solitario e fuori mano lago della Roccia (almeno 200 metri più in basso).

Dopo aver attraversato un paio di lingue di neve che hanno resistito al caldo torrido di questo inizio di luglio ed essere sprofondato in una di esse fino al ginocchio in una posizione malagevole (ho dovuto scavare per liberare la caviglia), recuperato un assetto di marcia decente, in breve ho raggiunto il Passo del Monte Carboné, un intaglio nella roccia a 2.737 m (anche se la palina indica 2.800 m).

Il lago Carboné

Sul versante opposto, circa 200 metri sotto (ad occhio) mi è apparso il bel lago Carboné, ancora parzialmente ghiacciato.

Mi sarebbe piaciuto ridiscendere verso le sue sponde, ma tre escursionisti incontrati poco prima me lo hanno sconsigliato: loro si erano dovuti legare perché il terreno è franato e friabile.

Meglio non cercarsi rogne!

 

Una storia dimenticata

Dakota C-47

Domenica 24 ottobre 1954. Poco meno di due ore e il Cap Edward A. Manning avrebbe condotto il Dakota C-47, partito da Roma Ciampino alle 15:56, all’aeroporto di Lyon con cinque uomini di equipaggio e sedici passeggeri.

Il piano di volo redatto dal capitano era molto dettagliato, ma indicava erroneamente una quota di volo di 6000 piedi sino a Marsiglia ed una di 8000 piedi sino a Lyon.

Alle 16.28 l’aereo raggiunse il checkpoint di Orbetello a 8000 piedi; all’altezza di Bastia il controllo aereo passò da Roma a Marsiglia che avvertì il pilota del maltempo che avrebbe incontrato lungo la sua rotta, consigliandogli di scendere all’aeroporto di Marignane.

Dal Dakota C-47A non partì mai alcuna risposta

Il Dakota C-47A venne localizzato la mattina del 29 ottobre.

(Fonte: “Ali spezzate – Incidenti aerei sulle Alpi sud-occidentali” a cura di Sergio Costagli e Gerardo Unia – Nerosubianco edizioni)

Tutti i salmi finiscono in Gloria

Sbocconcellata una barretta (durante la salita avevo assunto un gel), rimesso lo zaino in spalla, ho ripercorso a ritroso la strada fatta all’andata. Senza soste, se non per bere dai ruscelli e per proteggere smartphone e videocamera dalla pioggia che stava per sopraggiungere e per ammirare un camoscio che mi si è parato di fronte sul sentiero, sono ridisceso il più velocemente possibile, benché intontito dai tanterrimi tornanti, a San Giacomo di Entracque.

Il mio perenne stato di disagio, mi aveva imposto un tempo di percorrenza (2h45’) che avrei dovuto assolutamente rispettare!?

Obiettivo raggiunto anche questa volta, con svariati minuti di anticipo!

Dopo essermi cambiato, ho dato volentieri il mio contributo all’economia di questa valle: una birra media alla spina al Rifugio Monte Gelas. ??