C’era una volta una croce. Ora non c’è più. Nella notte di lunedì 29 ottobre 2018 è crollata a terra.

Se ne stava là, un pò arrugginita dal tempo che, inesorabilmente, passava. Circondata dai prati (per la verità un pò spelacchiati) e da tanti ripetitori di radio e tv.

Per più di 100 anni ha vegliato su Genova dagli 800 metri del Monte Fasce, sconfiggendo maltempo e tempeste di vento. Alta 14 metri e pesante 3.500 kg. 

C’era una volta un sentiero. Tranquilli, quello c’è ancora e sale in verticale “#FromSeatoSummit“.

Prospettiva verticale

L’anno scorso Sisport, la società sportiva che ha avuto pietà delle mie velleità e ha accettato di tesserarmi, ci ha organizzato il Genoa Night Vertical.

Chi lo conosce come il sottoscritto, il sentiero, lo percorre anche quando non c’è la gara.

Il percorso parte dalla spiaggia e, dopo un breve passaggio tra le case di Nervi diventa tutt’uno con il sentiero che sale in verticale.

Il sentiero non è proprio cattivo, ma scontroso sì. Però è molto bello. 

Solo in qualche tratto smette di tormentare il respiro e concede di riprendere fiato. Si fa pregare per quasi tutta la sua lunghezza, anche se non è tanto lungo.

…pant…pant… quasi in cima…

Quasi da ogni tratto del sentiero, se puntavi lo sguardo in alto, poco sotto l’azzurro del cielo o la cercavi tra le nuvole basse potevi scorgere lei, la croce: alta, alta e man mano più vicina.

Quello era l’arrivo della gara: che fosse quella organizzata o la tua personale contro il cronometro.

Quando percorrevo il sentiero, soprattutto quando ero poco allenato (cioè la mia condizione più o meno “standard”), mi chiedevo spesso dove fosse finito l’ossigeno; che cosa ne fosse stato dei miei quadricipiti; se mi fossi messo in ascolto, avrei certamente sentito tutti, ma proprio tutti, gli insulti dei miei polpacci.

Il segreto: tapparsi le orecchie e utilizzare contro la mente un’arma di distrazione efficace. Sembra facile…

La mente

Eh, cari miei: la mente è ingannatrice!

Lei sapeva del sentiero verticale. Sapeva che cosa era, cosa ne sarebbe stato dell’ossigeno, dei polmoni, delle mie povere zampette. Era cosciente che lei, solo lei, avrebbe permesso alla mia povera carcassa di bradipo di arrivare alla croce in alto e ai miei polmoni di cercare aria a bocca aperta una volta raggiunta.

Quel sentiero, la mente, lo conosceva da anni. Sapeva cosa faceva a chi si azzardava a metterci i piedi sopra.

Ma non potevo farci niente. Io, al massimo, avrei potuto provare a far tacere la mente mentre cercavo di rendere meno ripido il sentiero. Ero (ma sono ancora) un povero illuso che camminava il più velocemente che poteva, ansimava e si dimenava per andare in alto e arrivarci, possibilmente, con un minimo di dignità appiccicata alla maglietta.

Ma poi ci arrivavo, magari strisciando, quasi, ma ci arrivavo.

E salutavo la croce guardando il sentiero che mi osservava dal basso.

Il sentiero

Lui mi conosceva. Sapeva già, infatti, che sarei tornato ancora. Prima di quanto avessi potuto immaginare.

Non mi sembrava, non volevo crederci: ma era proprio così! E’ furbo, il sentiero: non lo fa vedere.

Sorrideva sotto l’aria burbera.

Il sentiero verticale mi ha lasciato dentro un marchio, una specie di virus: il desiderio di salirci nel minor tempo che mi è possibile (ma in realtà a lui non interessa un fico secco della mia velocità!); il desiderio di calpestarlo ancora per mettermi nuovamente alla prova. Di arrivare in cima.

Dove non troverò più ad attendermi, almeno per ora, la Croce del Fasce.

 

 

Estate 2017.

La sveglia è puntata alle 5:00. E’ l’ora in cui il mio corpo, da un po’ di tempo, decide autonomamente che non è necessario riposare oltre. Per un riflesso condizionato mi sveglio sempre qualche minuto prima. Allungo il braccio per cercare di anticiparne il suono, non svegliare Anna e possibilmente non far cadere gli oggetti presenti sul comodino (soprattutto libri e riviste di montagna o corsa).

Sono il re del disordine!

Poi tutto precipita

Quando non mi preparo la sera prima (capita molto spesso), cerco nelle scatole piene di indumenti che conservo nell’armadio, i pantaloni, gli slip, le maglie e le calze. Nel tempo ho affinato la tecnica della ricerca al buio, sempre per non svegliare la mia dolce metà (per essere sincero, qualche cosa si più di metà). Quindi la colazione, un salto in bagno per la rasatura e per liberarmi delle scorie.

Recupero lo zaino adatto al giretto che ho in mente con le borracce (quelle morbide, chiamate soft flask), controllo che ci siano almeno uno strato caldo e il guscio e una maglietta di ricambio più o meno pesante a seconda della stagione. Indosso le scarpe leggere (quelle che userò per camminare in montagna le porto in una borsa), afferro le chiavi di casa e della macchina e sono fuori (questa, però, è la mia condizione normale ed è un’altra storia).

Ma sta ancora albeggiando!

Carico tutto in macchina, metto in moto e…via verso le amate montagne!

Sopraelevata e poi autostrada.

Milionesimo passaggio sul Ponte Morandi.

La A10 si dipana sotto le ruote verso Savona: a sinistra il mare a destra il Parco del Beigua.

E’ solo il primo spettacolo della giornata.

Dopo nemmeno mezz’ora svolto verso Torino sulla A6 che un tempo, prima del suo raddoppio, aveva la sinistra nomea di “autostrada della morte” perché presentava zone di sorpasso alternate per senso di marcia.

Ad Altare sosta obbligata all’autogrill.

La ragazza dietro al banco, data l’ora, non mescola birra chiara e Seven-up (cit. “Autogrill”, F. Guccini) ma piuttosto prepara caffè e cappuccini per gli assonnati avventori, molti dei quali diretti sulle Marittime.

Io azzanno un pezzo di focaccia e sorseggio un caffè macchiato. Rapida occhiata ai quotidiani (eventuale pipi-stop) e di nuovo in autostrada.

Sempre la stessa reazione

Qualche chilometro dopo si scollina ed ecco il secondo, emozionante spettacolo della giornata: le Alpi. In una visione le abbraccio tutte: dalle Liguri alle Marittime fino al Re di Pietra, la cui sagoma inconfondibile si staglia all’orizzonte e si ingrandisce man mano che mi avvicino a Mondovì. Estate o inverno, è sempre lo stesso emozionato stupore.

Poi, come da antica abitudine esco a Mondovì e imbocco la strada provinciale in direzione Cuneo. Non c’è verso: anche se adesso, uscendo dopo Magliano Alpi è tutta autostrada fino a Cuneo, il mio gps interno mi fa andare “in automatico” per la strada che facevo con papà per andare a Castelmagno.

Cuneo, Borgo San Dalmazzo, Sant’Anna di Valdieri.

Stooop! Arrivato.

Verso la meta

In rapida sequenza: posteggio; cambio le scarpe; indosso lo zaino; riempio le borracce alla fontana di acqua freschissima, quasi gelida; prendo i miei insostituibili N&W Curve; mentre lo faccio partire controllo l’ora sul gps e imbocco il sentiero che attraverserà il Vallone della Meris.

E’ tanta l’energia, ma devo regolare il passo per non scoppiare subito.

Salgo. E mentre salgo, mi rendo conto che era tutto quello di cui avevo bisogno.

La mia mente è ora incredibilmente sgombra; un unico pensiero vaga sereno e in armonia col resto del corpo. Camminare seguendo il ritmo del mio respiro.

Rallento di fronte all’affanno, mi fermo qualche minuto dinanzi alla stanchezza, accelero per mettermi alla prova.

Dopo un’ora e mezza o poco più raggiungo il Lago Sottano della Sella e il Rifugio Livio Bianco.

Lago Sottano della Sella e Rifugio Livio Bianco

Terzo spettacolo della giornata. Mi riprometto di fermarmi al ritorno per mettere le ginocchia sotto il tavolo per pranzo o, più probabilmente, merenda (non voglio cancelli orari!) e per salutare Livio, il gestore.

Il sentiero si fa più ripido in alcuni tratti, il fiato a volte un po’ affannoso. Dopotutto sono partito dal livello del mare e mi trovo sopra i 2000 metri. Non sono granché allenato e soprattutto, le primavere iniziano a farsi sentire!

Libero di sognare

Qualche tornante ancora e, dopo una bellissima cascata, si apre lo spettacolo del Lago Soprano della Sella.

Lago Soprano della Sella

Solo. Sono solo di fronte a tanta bellezza.

Il primo pensiero è agli affetti che mi hanno lasciato.

Poi, chissà perché, fra tante possibili, mi vengono in mente le parole di una canzone di Vasco Rossi (cit. “I soliti”):

“Noi siamo liberi, liberi,

Liberi di volare

Noi siamo liberi, liberi

Liberi di sognare”

E’ proprio così che mi sento!

Sono un “diversamente atleta”

Infatti non sono mai stato un grande atleta; nemmeno piccolo, se per questo.

Durante le scuole elementari ho provato a giocare a calcio, in una squadra organizzata, non quello che si giocava per interi pomeriggi negli spiazzi rubati ai parcheggi intorno a casa.

Ma non c’era verso, il confronto con gli altri bambini era impietoso: dimostrava con certezza quanto fossi scarso. In più iniziava a farsi strada la mia indole anarcoide.

Allora, seguendo le indicazioni più in voga in quegli anni, per rinforzare l’apparato muscolo-scheletrico, i miei genitori mi hanno iscritto ad un corso di nuoto presso la piscina Nico Sapio di Genova-Multedo.

E lì, nell’acqua clorata, andavo già meglio. Mi trovavo in qualche modo più a mio agio: il confronto era sì con altri ragazzini ma questo era uno sport individuale, non collettivo. Pur rimanendo sempre “diversamente atleta” (cioè atleta a modo mio, con i miei ritmi e i miei limiti), tuttavia sono riuscito a raggiungere la soglia della squadra agonistica, disputando anche una gara nella piscina di Rivarolo (non mi ricordo su che distanza, forse i 50 m. stile libero).

Ricordo però molto bene un episodio che, molti anni più tardi, avremmo definito “fantozziano”. Allo start, anziché protendermi in avanti per cercare di “rubare” acqua, ho accorciato il tuffo in maniera goffa, rischiando di piantarmi sul fondo della piscina e, ovviamente, perdendo inesorabilmente metri rispetto agli avversari. Come ho concluso la gara è, ahimè, facilmente intuibile.

Mentre “il limitare di gioventù salivo” (Leopardi adesso si rotola nella tomba), ho provato anche la pallacanestro (o, basket che dir si voglia), dal momento che proprio un tappo non ero. Ho frequentato per qualche mese la squadra messa insieme in parrocchia: però anche in questo sport non esprimevo il meglio. Entravo di rado (perché comunque, nonostante l’impegno, rimanevo scarso). Quando entravo, però, e per una botta di culo segnavo due canestri, ero contento perché ero convinto di avere disputato una grande partita.

Poi alle superiori, per emulare il mio carissimo amico Renato, mi sono iscritto al corso per arbitri di calcio organizzato dalla FIGC. Superato l’esame finale, calpestati con ogni condizione meteomarina i terreni in terra battuta degli infimi campi di Genova e dintorni, dopo un annetto il mio spirito anarcoide ha preso il sopravvento e ho chiuso senza rimpianti anche questa esperienza.

L’evoluzione di un runner qualunque

Però, come si dice, non tutto il male viene per nuocere.

Infatti, dovendomi allenare alla corsa, anche se non a quella di endurance, ho iniziato a frequentare un vicino di casa che praticava il “podismo amatoriale” (allora si chiamava così). Ero il più giovane della combriccola (poi mi sarei iscritto al Gruppo Sportivo CULMV – Luigi Rum), quindi non c’era necessità di procedere per gradi: primo allenamento 12 km lungo la Val Varenna. Conseguenza: dolori plurimi e protratti per una settimana almeno.

Poi, con il passare del tempo e dei chilometri, avvenne il primo cambiamento: da runner inconsapevole, presi consapevolezza dell’esistenza del cronometro. L’obiettivo diventava quello di coprire una certa distanza nel minor tempo possibile. La domanda ai compagni di allenamento o di squadra era una: quanto a km? Come accade prima o poi per ogni runner, arrivò anche il giorno in cui corsi per la prima volta 12 chilometri in un’ora: prima ho gioito poi sono svenuto. Al risveglio mi autoproclamai vero “runner”, anche se in fondo rimanevo un gran pippone (ma avevo ancora speranze di migliorare).

Il tempo passava e io continuavo a macinare chilometri e a partecipare alle gare podistiche amatoriali, che venivano definite “non competitive” ma prevedevano premi ai primi classificati. Alla faccia della non competitività!

Poi, non contento del solito tran-tran, come un tarlo un obiettivo si insinuò nella mia mente già completamente deviata: la mezza maratona prima e la maratona dopo.

Le tabelle: compagne inseparabili dei runner disagiati

Senza accorgermene, ho iniziato a consultare le prime tabelle di allenamento. Le tabelle…

All’inizio le leggevo con diffidenza sulle riviste specializzate dell’epoca (Jogging e, successivamente, Correre). Poi, ad un certo punto, sono rimasto avviluppato nelle loro spire. Tempi, km, passo medio, velocità, ripetute, lunghi, lunghissimi, progressivi, salite brevi… Tutto ruotava intorno a queste parole.

Però, nonostante la mediocrità dell’atleta, mi sono tolto qualche piccola soddisfazione cronometrica: la mezza maratona in 1h26’ e la maratona (l’unica cui abbia mai preso parte) in 3h35’. Roba da tirarsela manco fossi Gelindo Bordin (il mio mito di allora) alle Olimpiadi di Seul del 1988.

All’improvviso ti cambia la vita

Poi, d’improvviso l’incontro con lui: il tumore. Nello specifico un linfoma Non Hodgkin ad “alto grado” localizzato alle ossa. Le priorità diventano altre: elmetto in testa e combattere per la vittoria. Chemio, autotrapianto di midollo e, ciliegina sulla torta, protesi d’anca a destra. Sono uscito dal tunnel cambiato, molto cambiato ma VIVO!

E adesso? Ritrovatomi “bionico”, con un corpo estraneo nella zampa destra che sport avrei potuto praticare? Certamente il nuoto, forse il ciclismo… Semplicemente, per paura di rompermi, niente.

Anche chi mi circondava cercava di scoraggiare la mia voglia di recuperare la dipendenza da endorfine.

Negli anni successivi sono arrivate le prime esperienze lavorative (ho dato vita a una società di consulenza), il matrimonio e quelle prove cui la vita ti mette di fronte ma delle quali faresti volentieri a meno.

Non è poi proprio tutto finito…

Nel 2011 siamo con Anna in vacanza a La Thuile e, durante un’escursione vedo scritto sulle pietre, con uno spray rosso “GTV” e… TAAC: ho avvertito in quel momento che la mia vita sportiva stava per riprendere. E’ scattato qualcosa che non era il solito “clock” che sentivo nella zona lombare quando mi piegavo per allacciarmi le scarpe…

Ritornati in albergo, cercai disperatamente qualcuno che mi potesse confermare i sospetti: si trattava di una gara di corsa? La risposta era composta di tre parole: Gran Trail Valdigne!

Trail: che tipo di gara è? Quali le regole? E io avrei potuto partecipare solo camminando il più velocemente possibile? I giorni successivi, nei ritagli di tempo, cercavo di acquisire quante più informazioni possibile. Ma ne ero sicuro: avevo trovato la sfida giusta per un cinquantenne bionico.

Tornato a Genova, iniziai con metodo e disciplina gli allenamenti di camminata veloce e nel contempo ad accumulare indumenti, scarpe, attrezzatura per il mio primo “trail”.

Anche in questo caso, come agli esordi nel running, non ci sono state mezze misure: subito iscritto alla CANTOCA – Trail dell’Antola oltre 40 km e circa 2000 m D+. Un perfetto incosciente, nel senso etimologico del termine. Ma, nonostante il poco allenamento, arrivo in fondo aggiudicandomi il terzultimo posto. Nonostante i dolori postumi alle gambe per oltre una settimana, ero contento come George Pig quando salta nelle pozzanghere di fango!

Bradipo al Trail Monviso Race

Da questo momento è tutto un crescendo di allenamenti più o meno mirati e di obiettivi quasi sempre irraggiungibili: entusiasmo a mille! Quando ne parlavo, gli altri mi guardavano con diffidenza. “Sei pazzo” è la frase che mi sono sentito rivolgere più spesso. Familiari, amici, semplici conoscenti: tutti pensavano che fossi (e che in parte sia ancora) un disadattato, uno con problemi, uno con chiari segni di disagio mentale…e forse non hanno nemmeno tutti i torti!

Ma come tutti i pazzi io non mi sentivo (e non mi sento) tale. Mi sentivo (e mi sento) semplicemente da Dio. Quando riesco ad andare “per bricchi” (in montagna, in genovese) mi sento VIVO, in forma, attivo, pieno di energie.

Conclusioni agrodolci

Ed eccomi arrivato alla fine di queste riflessioni sulla mia esperienza di atleta disagiato.

Come tutte le cose belle, prima o poi, inevitabilmente arriverà anche il momento in cui la carcassa che mi porta in giro inizierà a funzionare meno bene. Fa parte del gioco: la zampa bionica (quest’anno festeggiamo 25 anni insieme) ogni tanto mi ricorda che c’è anche lei; le primavere, inesorabilmente passano anche per me (anche se quando sono per monti mi sento immortale); la schiena che in conseguenza di ciò mi da un po’ più fastidio…

Pertanto, avendo dimostrato a me stesso che ce la potevo fare anche io a finire un “ultratrail” (il Neandertrail e quello del Lago d’Orta), che ce la potevo fare anche io a fare lunghi percorsi in montagna (non necessariamente in gara), mi sto avviando verso il declino agonistico.

Certo, tutti gli anni rinnovo il certificato medico agonistico e ogni tanto mi viene voglia di iscrivermi a qualche gara e, in futuro, se sarò nelle condizioni giuste (soprattutto di serenità) per affrontare la preparazione lo farò sicuramente.

Per ora…no.

[dedicato a tutti gli atleti disagiati che sanno che non vinceranno mai una gara e il cui unico avversario è colui/colei, ogni giorno meno giovane, che incrociano tutte le mattine al di là dello specchio]

 

 

Perché vado in montagna? Perché alpinismo vuol dire natura (…) e perché in natura ritrovi l’autentico senso della vita, il segreto di una gioia interiore che nessuna vicenda terrestre potrà annientare  – Guido Rossa –

La montagna serve anche a ricordare: era il 24 gennaio 1979 quando Guido Rossa, un operaio, un sindacalista, un uomo di 44 anni che dimostrava ogni giorno il suo impegno per costruire il futuro dell’Italia, lavorando in fabbrica, fu ucciso a Genova dalle Brigate Rosse. 

Rossa è, e rimane, un simbolo della lotta all’eversione, ma non è di ciò che voglio parlare.

Non tocca a me.

Guido è un amante della montagna ed è questo aspetto che più si addice a easy2trail.

Approfondendo il suo profilo alpinistico, ho scoperto che nel 1963, a 29 anni, partecipa alla spedizione del CAI UGET di Torino al Langtang Lirung (7.227 m), nell’Himalaya del Nepal. 

Un fatto curioso, che testimonia la sua passione è questo.

Grazie a particolari bulloni presi alla Fiat, dove lavora prima di trasferirsi all’Italsider di Genova, realizza primordiali chiodi a pressione (non sono alpinista, non mi vergogno a dire che ho paura della roccia) con i quali sarà il primo a chiodare le vicine palestre. Soprattutto Rocca Sbarua, la palestra dei torinesi.

Nel suo curriculum anche una via sulla parete nord del Corno Stella, nella bellissima Valle Gesso (nel sito ci sono due itinerari: uno al Colle del Chiapus e  uno ai Laghi della Sella)

Ad un certo punto della sua esperienza ha avvertito l’urgenza di mollare con l’alpinismo e “scendere” a valle, fra gli uomini. Si impegnò con caparbietà e passione. Il resto è tristemente noto.

 

Panorami lungo la Via del Sale

Quante volte durante un’escursione, emozionati dal paesaggio che si parava davanti ai nostri occhi, abbiamo sognato di attraversare le montagne passando giorni e giorni immersi nella natura?

Alcune persone hanno deciso di realizzare quel desiderio, dedicandosi alla pratica del through-hiking.

Che cosa è il “through-hiking”

Il through-hiking, altrimenti detto thru-hiking, è comunemente definito come il percorso da un capo all’altro di un sentiero escursionistico, solitamente lungo almeno 100 chilometri (gli americani preferiscono 100 miglia, circa 161 chilometri) e/o che richieda almeno 7 giorni di cammino.

Il sentiero va percorso rigorosamente a piedi e tutto in una volta.

Il thru-hiking è oramai una pratica diffusa in Nord America e sta prendendo piede in molti paesi europei e nel resto del mondo.

Personalmente mi piace di più l’idea di associare al termine thru-hike un concetto più “geografico”: un thru-hike dovrebbe consentire l’esplorazione di un dato territorio, da un capo all’altro.

GR20 Lac de Nino (Fonte: Jean-Baptiste Bellet – Flickr)

Il GR20 (180 km), che attraversa per intero la Corsica, è quindi un thru-hike, come lo sono i più famosi Appalachian Trail (3.510 km) che percorre i monti Appalachi sulla costa orientale degli USA e il Pacific Crest Trail (4.286 km) che ne attraversa la costa pacifica, dal Messico al Canada.

Lungo l’Alta Via dei Monti Liguri (Fonte: www.turismo.beniculturali.it)

Sull’Appennino ligure e dintorni…

Poiché non c’è una vera regola per definire la percorrenza di un sentiero come un thru-hike, secondo me l’Alta Via dei Monti Liguri (AVML – 440 km) ha tutte le caratteristiche del thru-hiking e, in particolare: lunghezza e ambiente naturale.

A questo proposito segnalo che su eay2trail.com sono disponibili, per il momento, le Guidebook di 7 tappe dell’AVML.

Ma sull’Appennino ligure passano anche alcuni percorsi che, essendo più brevi ma non per questo non impegnativi, possiamo definire “itinerari a lunga percorrenza”, come le Vie del Sale, la Via Marenca, oppure il Cammino di Santa Limbania.

La forma più semplice di thru-hiking è quella definita cabin-to-cabin, in cui ogni tappa del percorso termina presso una struttura ricettiva (un rifugio, ma anche un ostello o un hotel in un paese lungo il proprio itinerario) in cui è possibile dormire e spesso anche acquistare del cibo.

In questo senso, il sito altaviainfoh24.com fornisce informazioni sulle strutture ricettive lungo l’AVML.

Perché mi pacerebbe provare a percorrere un thru-hike?

Principalmente per amore della natura. Perché mi emoziono alla vista di una montagna illuminata dalla luce del tramonto o durante il silenzioso e fugace incontro con un animale selvatico.

Perché vorrei evadere, cambiare prospettiva, guarire dalle ferite che mi bruciano dentro.

A voi non piacerebbe?

 

Per chi pratica gli sport outdoor – come gli amici di easy2trail – conoscere quale sia la corretta alimentazione per ottenere la massima prestazione dal proprio corpo durante lo svolgimento di attività accomunate dalla fatica quali il trekking, lo scialpinismo, la mountain bike o ancora il trail running o lo speed hiking, è di fondamentale importanza.

dieta-sana

Come migliorare la nostra performance sportiva raggiungendo il top

Cosa mangiare prima e dopo un allenamento, soprattutto i “lunghi”? Come gestire dal punto di vista nutrizionistico una gita in montagna? Come nutrire la massa magra e perdere quella grassa?

Queste alcune delle domande sull’argomento alle quali ho cercato di dare una risposta non improvvisata.

Quando ho iniziato a frequentare una palestra mi sono affidato ad un team competente, giusto? Allo stesso modo, quando ho cercato di migliorare la mia performance sportiva e imparare come funziona il mio “motore” (in realtà piuttosto spompato), mi sono affidato ad una dietista.

Io mi sono affidato ad una professionista seria e competente, con un presente da sportiva (è una triatleta di ottimo livello): la dottoressa Alice Nattero.

La mia esperienza

Il mio problema era che avevo un fisico iperidratato e ipernutrito, dotato di una più che accettabile massa cellulare attiva, ma i miei muscoli non lavoravano in modo efficiente.

Ogni fisico è diverso, anche se all’apparenza può sembrare simile e ci sono mille e più variabili che la dietista ha analizzato.

Ecco le valutazioni che la dottoressa Alice Nattero ha effettuato alla prima visita:

VALUTAZIONE ANTROPOMETRICA

Ha permesso di individuare le mie caratteristiche fisiche e metaboliche, lo stato di accrescimento e la predisposizione all’ipertrofia della muscolatura e del grasso corporeo.

VALUTAZIONE DELLA COMPOSIZIONE CORPOREA

Valutazione qualitativa della massa corporea: ha permesso di stimare la quantità di grasso corporeo e massa magra, per giungere ad una stima del peso ideale, ottenibile tramite la dieta e allenamento coadiuvati.

ANAMNESI ALIMENTARE

Cioè la valutazione delle mie abitudini alimentari e delle implicazioni di queste con le mie caratteristiche fisiche e con l’attività svolta.

STRUTTURAZIONE PIANO DIETISTICO

Elaborazione di una dieta basata sui miei parametri fisiologici, abitudini e gusti personali. In particolare la dottoressa Nattero mi ha consigliato una dieta a ridotto contenuto di zuccheri semplici.

Sapete quanto può migliorare la nostra performance, semplicemente mangiando in maniera ottimale per il nostro fisico? Scoprirlo vi sorprenderà!

Il mio intento con questo articoletto non era quello di darvi consigli mirati o specifici (non sono in grado!), ma quello di darvi qualche spunto per ragionare sul perché l’alimentazione, soprattutto per noi che pratichiamo sport outdoor con regolarità, è estremamente importante.

Prossimamente vi proporrò l’intervista che farò alla dottoressa Alice Nattero e vi ricordo che SOLO recandosi di persona in uno studio di professionisti si può avere il quadro completo di ciò che serve al VOSTRO corpo…non a quello di Kilian Jornet o Franco Collè!

E voi quanto siete attenti all’alimentazione prima e durante l’attività fisica?

 

(Fonte: www.pxhere.com)

Per chi sale a passo veloce una montagna, l’arrivo in vetta rappresenta sempre una specie di conquista, un momento magico, personale e intimo.

Ricordo ancora l’emozione che mi ha attraversato da capo a piedi quando, giunto in vetta al Monte Zerbion lungo il percorso del Cervino X Trail di qualche anno fa, ho avuto davanti ai miei occhi tutte le cime del massiccio del Monte Rosa davanti a me.

E’ stato qualcosa di indescrivibile!

Ma anche se non si è in gara, quando si arriva in cima la soddisfazione aumenta quando, ancora ansimanti, rivolgiamo lo sguardo in basso, verso il sentiero che abbiamo percorso che si snoda e si fa largo tra le piante lasciandosi alle spalle il bosco.

Così come noi, che dopo molta fatica ci lasciamo alle spalle il caos e la frenesia della vita di città, per una giornata o un pomeriggio, o solo qualche ora di riconnessione totale con la natura. E forse con noi stessi.

Questo è lo speed hiking, questa è la corsa in montagna: rispetto, fatica, curiosità, gioia.

Sentimenti che ci portiamo a casa, una volta ridiscesi, e che durano nel tempo.

Namastè.

Ricordate il famosissimo romanzo di Umberto Eco?

“Il nome della rosa” è racchiuso tra le mura di un’abbazia.

I sette giorni che compongono il manoscritto creato dalla mente di Umberto Eco e narrato dalla voce di un ormai anziano Adso da Melk (al tempo dei fatti narrati giovane novizio benedettino), si susseguono alla fine di novembre 1327 (quindi in pieno periodo medioevale) tra le fredde mura di un luogo buio e misterioso, coperto dalla nebbia e scosso dal vento, popolato da un diabolico assassino che sembra seguire alcuni versetti dell’Apocalisse che annunciano i segni che precedono l’Anticristo.

L’abbazia descritta da Adso non è mai esistita.

Il manoscritto da cui Eco fittiziamente trae ispirazione per “Il nome della rosa”, non indica con precisione dove essa sia collocata, anche se “le congetture permettono di disegnare una zona imprecisa, con ragionevoli probabilità che il luogo sorgesse lungo il dorsale appenninico, tra Piemonte e Liguria.” 

Adso e il suo maestro Guglielmo da Baskerville, partirono “seguendo la linea montana in direzione dei cammini di San Giacomo” – è scritto nell’incipit – per approdare molto probabilmente nei dintorni di Genova.

Adso ricorda così l’arrivo all’abbazia: “…Il mattino del nostro arrivo, quando già eravamo tra i monti, a certi tornanti, era ancora possibile scorgere, a non più di dieci miglia e forse meno, il mare…”.

Il Monte Tobbio (Fonte: Wikipedia)

Secondo alcuni, la descrizione potrebbe forse coincidere con il Monte Tobbio (1.092 m.) posto al centro del Parco naturale delle Capanne di Marcarolo e non distante dalla Tappa n° 23 dell’Alta Via dei Monti Liguri.

Infatti il mare, in linea d’aria, dista circa sedici chilometri, cioè “dieci miglia o forse meno”.

E nessun altro punto, lungo il crinale appenninico che divide Liguria e Piemonte, è così vicino al mare. Elementare, Adso?

 

Inizia il 2019, “Anno del Turismo Lento”.

In questo ultimo periodo ne ho sentito parlare spesso, per cui mi sembra legittimo dare credito alle parole dell’ex-ministro del turismo Dario Franceschini.

È dedicato a chi vuole viaggiare in Italia a passo lento. Trekking, bicicletta, treni storici, passeggiate a cavallo, l’importante è viaggiare con lentezza.

Che cosa intendiamo per turismo lento e quali sono le sue caratteristiche?

Il turismo lento rappresenta sicuramente una forma di turismo in costante crescita, ma sono soprattutto i numerosi significati che si nascondono in questa definizione a costituire il maggiore interesse ma anche un’enorme opportunità soprattutto per quei luoghi, al momento meno conosciuti o al di fuori delle rotte turistiche più gettonate, di costruire una propria identità da offrire al viaggiatore.

Il turismo lento è fatto di conoscenza del territorio, non del suo consumo; non va sbrigativamente confuso con altre forme, magari similari, come il turismo enogastronomico, il turismo all’aria aperta, il cicloturismo, il turismo culturale, e altri simili. E’ un concetto che li racchiude e va oltre questi.

Lo “slow tourism” è una nicchia di turismo che si propone quale alternativa al “tutto e subito”, con ritmi che consentano di vivere il “viaggio”, di guardarsi intorno concedendosi il tempo di osservare, di assaporare, di ammirare e di vivere l’esperienza di un luogo, di ascoltarne le storie.

La ricchezza storica e culturale di tutti i nostri territori nazionali e lì, sotto gli occhi di tutti: deve solo essere riscoperta e messa a disposizione di un pubblico, nazionale e internazionale, pronto ad apprezzarla e farla diventare la propria esperienza.

L’Italia è attraversata da una fitta rete di cammini.

Non solo religiosi ma anche culturali, storici, naturalistici e spirituali, la cui lunghezza è stimata intorno ai 7.000 chilometri. Questa stima è però approssimativa, poiché molti di più sono i chilometri costituiti da percorsi che non sono ancora stati valorizzati e quindi sono sconosciuti, o quasi, ai più.

Se molti sono gli italiani che conoscono la Via Francigena – che con i suoi mille chilometri unisce il Passo del Gran San Bernardo a Roma e che costituisce l’equivalente italiano del Cammino di Santiago de Compostela – sono sicuramente meno coloro che hanno sentito parlare, per parlare della regione in cui vivo, dell’Alta Via dei Monti Liguri (AVML – 440 km sullo spartiacque dell’Appennino ligure).

Nell’Anno del turismo lento, voglio offrire un piccolo contributo alla (ri)scoperta dell’Alta Via, attraverso la pubblicazione sul sito www.easy2trail.com di Guidebook (Guida + Roadbook) dedicate per il momento alle tappe dell’AVML che percorrono il territorio della Città Metropolitana di Genova.

Sono gratis per tutti e facili da consultare.

Buon cammino!

Un Guidebook che racconta un percorso è in realtà l’atto finale di un processo che inizia un po’ prima. I percorsi, prima di diventare Guidebook, prendono infatti vita da un’idea, da una suggestione.

I Guidebook nascono, se volete, dall’esigenza di “raccontare” un territorio (o meglio, una parte di esso) in modo originale.

Come per poter parlare di qualcuno è necessario conoscerlo, così per le montagne, le colline, i boschi, i sentieri che, molto prima di diventare segni sulla carta sono realtà di passi, di vicende, di sudore, di uomini e animali.

Segni di un territorio che deve essere camminato per essere conosciuto e del quale bisogna farne esperienza.

E quando l’idea ha preso forma, il materiale raccolto sarà la base sulla quale costruire.

Sul campo

E’ arrivato, dunque, il momento di allacciarmi le scarpe e partire con GPS e taccuino a portata di mano.

Il GPS per outdoor è un dispositivo delle dimensioni di uno smartphone che consente di georeferenziare punti sulla superficie terrestre calcolando posizione, distanze e dislivelli di un percorso.

Normalmente, per percorsi brevi (ad esempio una tappa dell’AVML) due o al massimo tre mappature saranno sufficienti per verificare i dati fondamentali del percorso e i waypoint: ecco che il roadbook avrà preso forma.

Una volta a casa

Una volta a casa, con i dati scaricati sul computer e con l’aiuto di un software cartografico e di qualche altra applicazione per controllare meglio il lavoro, è il momento di abbozzare il progetto di Guidebook.

L’obiettivo è quello di realizzare un prodotto che sia di aiuto soprattutto all’escursionista meno esperto, perché un dubbio sul percorso non lo getti nello sconforto.

Tuttavia è bene ricordare sempre che, pur se ben definiti nelle coordinate X, Y, Z, che li identificano perfettamente, i punti di un tracciato sono soggetti agli imprevedibili capricci della quarta coordinata, la più insidiosa: il tempo.

Questo farà sì che nello stesso punto di coordinate l’anno successivo non ci sia più il sentiero: mangiato da una frana o impedito dal crollo di un albero.

Fatica, sudore e piacere di essere in cammino non hanno coordinate. E nessun Guidebook ce le potrà raccontare.

Ma chi ama camminare per “bricchi” (luoghi impervi, ripidi, scoscesi, come diciamo noi a Genova) le conosce e sa che saranno spesso la parte più profonda del cammino: quella che davvero ci (ri)metterà in contatto con noi stessi.

Le otto montagne, di Paolo Cognetti (Einaudi, Supercoralli), potrebbe essere un bel regalo di Natale per chi ama la lettura e la montagna.

Ammetto di aver affrontato un po’ prevenuto la lettura di questo libro: sono poco attratto dai libri che vincono premi letterari. Ma è stata una piacevole scoperta: un romanzo interessante e, per quanto mi riguarda, sicuramente coinvolgente.

Sarà perché anch’io ho trascorso diversi periodi di vacanza Val d’Ayas durante la mia adolescenza e ne conservo un ricordo indelebile; sarà perché anch’io ho perso mio padre proprio quando avrei potuto iniziare a capire molto di più i grandi doni che un genitore vuole dare.

L’amore per la montagna

In questo senso mi sono parsi di struggente bellezza alcuni brani, come quando Pietro (il protagonista principale), cercando di recuperare in extremis un rapporto col padre defunto, va alla ricerca delle scritte da questi lasciate negli anni passati sui libri di vetta; oppure quando il protagonista, scendendo a valle alla fine dell’estate, immagina di vedere se stesso bambino mentre sale verso gli alpeggi insieme al suo giovane genitore.

Malinconia e solitudine sono le protagoniste di questo romanzo, in cui da ogni pagina traspare l’amore per la montagna, in tutte le sue forme: la montagna vista come cornice da ammirare, d’estate e d’inverno, la montagna vista come rifugio per ritrovare se stessi nel silenzio, la montagna da vivere, la montagna fatta di gesti antichi e faticosi, la montagna da scoprire, la montagna da riscoprire. 

Quello che posso dire io, oltre le recensioni fatte da altri più competenti di me, è che nel romanzo non c’è nessuna forzatura, nessuna violenza, nessun cellulare, nessuna parolaccia, niente sesso, nessuna concessione al linguaggio “odierno”, niente citazioni o riferimenti colti.

Domande cruciali, risposte non scontate

Se il mondo fosse fatto di otto montagne che circondano un monte altissimo, lo si conosce e capisce meglio salendo in cima alla vetta più alta o facendo il giro delle altre otto?

E dal punto in cui ti trovi, in un torrente, il futuro è a valle, verso cui scorre l’acqua, o a monte, alle tue spalle?

Vi lascio il piacere di cercare le vostre personali risposte.

È una lettura da assaporare lentamente, come salendo su un sentiero ripido e tortuoso, sostando di tanto in tanto a gustare il rumore del silenzio, respirando a pieni polmoni, scrutando l’orizzonte ed ascoltando i battiti, più o meno accelerati, del proprio cuore.

Buona lettura.

easy2trail aveva partecipato all’edizione dell’anno scorso della rassegna Milano Montagna Festival.

Ora vuole segnalare agli amanti della montagna e degli sport outdoor che vi si possono praticare, la settima edizione che si intitola: “Milano Montagna Festival & Fuori Festival, powered by Vibram” in programma dal 22 al 28 ottobre 2018 al Base Milano, via Bergognone 34, e in altri quartieri cittadini. 

La novità è che da quest’anno il Festival diventa anche Fuori Festival con una serie di eventi diffusi in città durante la settimana dal 22 al 28 ottobre.

(Fonte: https://unofficialnetworks.com)

Primo tra gli ospiti internazionali risulta Andrzej Bargiel, autore della prima discesa integrale in sci del K2, un’impresa già tentata da Hans Kammerlander e ritenuta finora impossibile in Himalaya.A seguire, si ascolteranno le storie di grandi atleti internazionali, alpinisti, freerider ed esploratori come Hansjörg Auer, Xavier de le Rue, Matteo della Bordella, Arianna Tricomi, Markus Eder, Ettore Personnettaz, Shanty Cipolli, Luca Albrisi, Stefano Ruzza, Franco Collè e Eric Hjorleifson.

In programma poi proiezioni di film in anteprima internazionale come “Hoji” con Eric Hjorleifson, “Sky Piercer” con Xavier de le Rue, Sam Smoothy e Nadine Wallner, e “Duality” con le quattro atlete del Trailrunning Team Vibram: Yulia Baykova, Audrey Bassac, Juliette Blanchet e Uxue Fraile Azpeitia.

Inoltre, retrospettive di film, presentazioni di libri e talk scientifici e, in anteprima, la presentazione del progetto del primo parco italiano a economia circolare realizzato dall’Università Bocconi.

Come ogni anno, è stato precisato, non mancheranno action sport e svago anche per famiglie e bambini (dai 5 anni in su), con una parete di arrampicata gratuita per tutti gestita dal Cai Milano.

Il programma del Festival e i dettagli degli eventi del Fuori Festival su www.milanomontagna.it

Voglio iniziare questa sezione del blog sui libri che trattano argomenti correlati alla montagna con una provocazione, se volete.

Foto dal film Il Murràn-Masai in the Alps di Sandro Bozzolo.

Immigraziene e Immigrati

In questi ultimi mesi si fa un gran parlare di immigrazione e di immigrati, ci si accapiglia intorno a questo tema dividendosi in fazioni. Io credo che sia quantomai necessario uscire dalla logica dell’emergenza e del “fenomeno straordinario”, senza farsi condizionare da tante “belinate” (concedetemi la licenza) divulgate a puro scopo elettorale. Credo anche che questa sia l’unica strada per trasformare un fenomeno in un’opportunità, nel cuore di un Paese che ogni anno, purtroppo, è più vecchio.

(Fonte: Amazon)

Perciò vi presento il libro “Per forza o per scelta” dell’editrice Aracne (ISBN 978-88-255-0494-1, 314 pagine, disponibile anche in e-book e print on demand), curato da Andrea Membretti, Ingrid Kofler e Pier Paolo Viazzo e che fa il punto sulla presenza di immigrati e rifugiati nelle montagne italiane. Lo fa in modo chiaro, aggiornato e puntuale, partendo da dati che possono sorprendere chi ancora non si è reso conto del fenomeno in atto.

Questo libro rappresenta indubbiamente una novità.

Nuovo è l’oggetto, perché il fenomeno è assolutamente recente e in fieri, ancora poco o per nulla affrontato nella sua complessità, in particolare per quanto riguarda la presenza dei profughi nelle zone montane e il loro impatto sulle comunità locali.

Nuovo è poi lo sguardo d’insieme che gli autori hanno adottato, poiché hanno scelto di considerare la presenza straniera non solo a livello di Alpi – dove alcuni approfondimenti su Austria e Svizzera offrono un “assaggio” al lettore italiano delle dinamiche migratorie in atto Oltralpe – ma anche relativamente agli Appennini.

Nuova infine è la situazione in cui oggi ci troviamo a discutere e a progettare. L’immigrazione in montagna non è certo una novità: basti pensare alla migrazione della popolazione Walser, per esempio.

Però  il fenomeno immigratorio con cui oggi siamo chiamati a confrontarci è una novità assoluta: lo è sia per i numeri decisamente maggiori che lo caratterizzano che per la velocità con cui si va sviluppando.

Gli stranieri in montagna

Gli stranieri che già abitano stabilmente nei Comuni alpini italiani sono quasi 400.000 (circa un milione comprendendo i comuni appenninici) e si dedicano principalmente ad attività tendenzialmente “trascurate” dagli italiani: pastorizia, ripristino di costruzioni abbandonate e muretti a secco, taglio e manutenzione forestale, lavori nelle vigne e in alpeggi, estrazione della pietra, pulizie alberghiere, assistenza domiciliare, ecc. 

Se si considera che il 90% dei Comuni montani ha meno di 10.000 abitanti e che gran parte dei piccoli centri è interessato da fenomeni di spopolamento e di invecchiamento demografico, risulta evidente come la crescita di popolazione straniera stia dando un contributo importante alla tenuta del tessuto sociale ed economico dei Comuni stessi.

Infine la parte che, secondo il mio modesto punto di vista, è più importante: l’analisi di dodici casi di studio, che portano esempi di buone pratiche di accoglienza e integrazione di migranti e nuovi montanari, nel segno della convivenza umana e della convenienza economica. 

Una curiosità. Il primo racconto di montagna ce lo ha regalato Francesco Petrarca nel 1336 ed è il racconto di un’ascensione sul Monte Ventoso (Mont Ventoux, in Provenza, m. 1.912) in compagnia del fratello Gherardo. L’ascesa diviene per il poeta occasione di rappresentare la propria vicenda esistenziale. La conquista della vetta diviene metafora della conquista della salvezza, o almeno dell’anelito verso di essa.

(Fonte: Wikimedia Commons)

Oggi spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente  Monte Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]

Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa».

Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo.

Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente.

Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana.

Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito, oramai, di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme.

Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà.Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più.

Deluso, sedevo spesso in qualche valletta e lì, trascorrendo rapidamente dalle cose corporee alle incorporee, mi imponevo riflessioni di questo genere: «Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte, si ripeterà, per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine; se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo son invisibili e occulti. 

La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce. Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio. […]

C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non forse per ironia, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell’aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. […]

Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. «Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna. Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute; premettendovi le parole di Agostino: ‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio’. 

Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta:‘Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia’.

Con questo articoletto, inizio una nuova sezione del blog dedicata alle citazioni.

Esse sono in qualche modo legate al mondo della montagna e sono pensieri che io ho poi ricondotto ad una specifica situazione che si è verificata durante una delle mie escursioni.

Intendo inserire sempre nuovi pensieri, quindi… buona lettura!

 

Un paese di pianura per quanto sia bello, non lo fu mai ai miei occhi. Ho bisogno di torrenti, di rocce, di pini selvatici, di boschi neri, di montagne, di cammini dirupati ardui da salire e da discendere, di precipizi d’intorno che mi infondano molta paura.

Jean-Jacques Rosseau

Qualche settimana fa, durante una gita in montagna con alcuni amici, ho avuto il battesimo con una situazione mai sperimentata: il faccia a muso con un cane da pastore.

Vi racconto cosa è successo.

Avevamo deciso di salire al Monte Mongioie (m. 2.630), la seconda vetta delle Alpi Liguri, da Viozene. E’ un’escursione che avevo già fatto in passato e quindi non nutrivo particolari apprensioni.

Partiti da Viozene (m. 1.245) abbiamo raggiunto con passo spedito il Rifugio Mongioie (m. 1.520) e, dopo una sosta per una Coca, siamo ripartiti.

Primo incidente di percorso: abbiamo “cannato” la direzione per Pian dell’Olio ma, una volta realizzato l’accaduto, non ci siamo scomposti più di tanto. Abbiamo istantaneamente riprogrammato il percorso: anziché fare il giro del Mongioie in senso antiorario, lo avremmo fatto in senso orario, passando dalla Gola delle Scaglie.

Ci siamo quindi inerpicati a testa bassa seguendo una vaga traccia in salita. La pendenza si stava facendo via via più severa (ma niente in confronto alla Gola delle Scaglie) quando abbiamo incrociato un sentiero marcato con un segnavia rosso (in verità piuttosto stinto).

Convinti che avremmo da lì a poco intercettato anche il sentiero per la Gola (cosa poi regolarmente avvenuta), abbiamo iniziato a seguirlo fino al…centro di una mandria di mucche che stazionava beata lungo il sentiero.

Ignari, abbiamo iniziato ad attraversarla facendoci delicatamente largo fra i ruminanti che si spostavano al nostro passaggio.

Ma poi ecco il secondo incidente di percorso: GRRRRR! Si para davanti a noi un cane da pastore che ringhiando mostra i suoi canini.

Mentre i miei compagni di escursione si allontanavano, aggirando la mandria e togliendosi dallo sguardo torvo del cane (non gli hanno lasciato il tempo di valutare con attenzione quale dei tre fosse più succulento), rimango a tu per tu con lui.

Devo dire che, pur non avendo io particolari paure nei confronti degli animali, non è stato propriamente piacevole.

Mi sono sentito come Fantozzi e Filini nel “Secondo Tragico Fantozzi”.

Memore della scena, ho provato a dirgli: “Buono Fido!”, poi ho provato con “Buono Fuffy” e ancora: “Buono Boby”. Ma niente!

Appurato che il cane non aveva il minimo senso dell’umorismo (ma come fa a non aver visto il film?), ho cercato di non innervosirlo ulteriormente – in definitiva stava facendo il suo lavoro – urlando o agitando scompostamente i bastoncini (anche se li avevo bassi con le punte rivolte verso l’animale). Ho iniziato a indietreggiare senza voltargli le spalle e mi sono allontanato fino a raggiungere i miei coraggiosi amici.

Menomale che non si chiamava Ivan Il Terribile XXXII!

Abbiamo quindi fatto un giro “a pene di segugio” per ritrovare il sentiero per la Gola delle Scaglie e proseguire nella nostra gita…

Dopo alcuni chilometri di strada impervia che si inerpica per la Valbrevenna, raggiungo Senarega per il primo sopralluogo della rete sentieristica locale.

Già il piccolo nucleo di case raccolto intorno alla Chiesa e al Castello Fieschi è una piacevolissima sorpresa.

Dopo aver fatto qualche foto, mi avvicino alla Trattoria “Il Pioppo” (www.trattoriailpioppo.com).

Entro e chiedo se, verso le 13 ci sarebbe stato un posto per me.

Vedendomi abbigliato da escursionista, scambiamo qualche battuta con Orio e Sabina che mi danno qualche indicazione utile sulla condizione dei sentieri. Ci lasciamo dandoci appuntamento a più tardi.

Si, vabbè, ma a noi interessa sapere come hai mangiato, non quanta strada hai fatto!

Eccovi accontentati: menù ricercato e tradizionale allo steso tempo.

Dagli antipasti sfiziosi (per esempio la torta baciocca), ai primi ricercati (sabato proponevano un risotto al Castelmagno sfumato con vino invecchiato)… Insomma, cibo fatto in casa privilegiando prodotti a km zero presentato con amore e preparato con sapienza.

A un’oretta da Genova, a mille chilometri dall’indifferenza e dalla frenesia della città!

Grazie Orio e Sabina per gli ingredienti che accompagnano la vostra proposta: la passione e la cortesia.

Merita sicuramente altre visite!

Io lo consiglio vivamente a tutti gli amici di easy2trail.

Sono lieto di informarvi che easy2trail ha aderito agli obiettivi del progetto Interreg Italia-Francia Marittimo dal titolo: “I tesori nascosti del Mediterraneo”    (http://www.tesorinascostidelmediterraneo.eu/it/)  

Ha iniziato anche una collaborazione con la rete d’imprese “Genova torna in villa” per la valorizzazione del territorio delle Valli genovesi (www.genovatornainvilla.net). 
Prossimamente altre info. Stay Tuned!?


Il modulo da riempire

Ieri, entrando nel parcheggio superiore a Terme di Valdieri, mi è stato consegnato questo modulo da riempire. 

Si tratta dell’iniziativa “Aiutaci ad aiutarti in montagna”, a cura delle Aree Protette Alpi Marittime, del Parco del Monviso e del Soccorso Alpino (CNSAS), promossa per aumentare l’efficacia e la tempestività negli interventi di soccorso in caso di necessità.

Con questo intento è stato predisposto il modulo da lasciare sul cruscotto dell’auto e/o presso i rifugi dove si transita, nel quale gli alpinisti forniscono le informazioni essenziali per essere rintracciati e indirizzare i soccorsi in caso di allarme e/o mancato rientro.

Mi sembra un’iniziativa molto azzeccata e quindi attraverso easy2trail la condivido con gli amici escursionisti/alpinisti/trailer

Fortuna

Certo che noi appassionati camminatori (ma anche trail runners) che abitiamo in Liguria, siamo proprio fortunati ad avere le montagne così vicine al mare!

Vista sul Monte di Portofino dal Monte Santa Croce

Così, quando una giornata di lavoro finisce, c’è ancora tempo per un bel “giretto” più o meno intenso.

Quando entra in vigore l’ora legale, le giornate si allungano e si accorcia la lista delle scuse per non rispondere al richiamo dei sentieri, magari per andare a godere di un tramonto dalla cima di un monte.

Non rimane che aumentare il ritmo, puntare i bastoncini e spingere il corpo in salita verso la vetta.

Genova è una città allungata sul mare, dove quasi da ogni punto è possibile vedere le montagne: ad esempio, guidando nelle due direzioni sulla Strada Sopraelevata che attraversa la città. E quando mi capita, soprattutto nelle giornate terse, mi piacerebbe essere là: la montagna è il luogo cui sento di appartenere.

In montagna mi rilasso e mi sento in pace con il mondo. Anche il mio corpo vuole la montagna. Per sudare, per il sottile piacere di sentire i muscoli doloranti e scoprire che ad ogni passo in salita divento un pochino più forte.

Lo speed hiking

Lo speed hiking, in realtà esprime un concetto semplice: una salita rapida verso la mia personale destinazione al ritmo più veloce che posso sostenere.

Può essere un allenamento veloce dopo il lavoro o l’escursione di un giorno completata in metà del tempo; un itinerario che molti percorrono in più giorni, condensato in un solo weekend oppure un’avventura (o una gara) che metta alla prova i miei limiti fisici.

Il fascino dello speed hiking è in fondo tutto qui: si sceglie un obiettivo, si mette alla prova il nostro corpo aumentando la frequenza dei passi, lasciando che l’intensità dello sforzo acuisca i nostri sensi e li riempia della bellezza dei panorami.

Se siete incuriositi, non vi resta che imboccare il sentiero e andare!