Avvicinamento

Che notte, quella notte! No, non sono state le zanzare a disturbarmi e non ho dovuto usare “Kriss il zanzariere” (pubblicità dei primi anni ’70), bensì il caldo.

Nel dormiveglia ho realizzato che se avessi voluto sopravvivere alla domenica tappato in casa con ventilatore a palla, sarei dovuto scappare in montagna e avrei dovuto decidere la meta.

Non ci ho messo poi molto: niente Val Grana perché la strada era chiusa per la Granfondo di ciclismo “Fausto Coppi” ma Valle Gesso, nel versante di S. Giacomo di Entracque.

⏰ Bip! Bip! Bip! La sveglia mi ricorda che è ora di alzarsi.

Abluzioni, colazione, zaino, borsa con indumenti di ricambio e cazzatine varie.

Saluto Anna che si raccomanda di farle sapere via WhatsApp dove ho deciso di dirigermi (infatti, come nella migliore tradizione, non ho ancora le idee chiare) ??.

Il viaggio procede senza intoppi. Sosta all’autogrill di Altare e nuova colazione. Di nuovo sulla A6 fino all’innesto con la Asti-Cuneo. Autostrada deserta fino a Cuneo.

Borgo San Dalmazzo, Valdieri, svolta per Entracque e quindi risalita, costeggiando il lago artificiale della Piastra, fino a S. Giacomo di Entracque.

Ultimati i preparativi ho chiuso l’auto e sono andato a riempire le borracce.

Lotta feroce con un tappo che non ne vuole sapere di girare nel giusto verso e conseguente perdita di tempo.

Mi sono incamminato alle 10, minuto più minuto meno, verso il Vallone di Moncolomb.

Verso la meta: sì ma quale?

Con passo spedito (per quanto possibile: sono un bradipo) ho raggiunto la fontana dietro le ex case di caccia e ho bevuto avidamente l’acqua fredda, quasi gelida.

La strada è larga, agevole: invoglia a correre (se solo potessi!) fino all’incrocio con il sentiero che conduce al Lago del Vei del Bouc.

ALT! ?Adesso avrei dovuto decidere dove andare.

Il Gianfranco razionale mi ha detto in un orecchio: sei poco allenato, soprattutto sul dislivello; inizia a fare caldo e più tardi sarà bollente; è un posto dove non sei ancora stato, hai visto dei video su Youtube e ti è piaciuto ; se poi ne avrai voglia e forza, potrai ancora salire. Vai al lago.

Quell’altro Gianfranco, a mo’ di diavoletto ?, invece mi ha sussurrato nell’altro orecchio: è tutto vero.

Però considera: se mai inizi a fare percorsi duri, mai sarai pronto. Poi, dai, solo meno di due ore per raggiungere la meta: che belin di allenamento è? Non sei mica zoppo!

Poi pensa: da questa parte non ci passano che poche persone mentre dall’altra puoi incontrare altri escursionisti e raggiungere il rifugio e…la BIRRA nel microbirrificio più alto d’Italia e forse d’Europa!

Non occorre aggiungere quale dei due Gianfranco abbia avuto la meglio!

Ho voluto la bicicletta…

Ho iniziato a salire con passo regolare ma, man mano che salivo sono venute fuori le conseguenze di un allenamento approssimativo: quadricipiti tendenti al legnoso (al marmoreo per fortuna no) e fiato tendente al corto. Aggiungeteci il caldo “fotonico” e l’assenza quasi totale di alberi e avete un’idea del mio stato fisico.

Però…la birra “Pagarina” di Aladar, il gestore del Rifugio Federici-Marchesini, più conosciuto come Pagarì, è una molla così potente che mi ha fatto stringere i denti. Ho rallentato il passo, mi sono concesso qualche sosta di più (non ero mica in gara, ecchecaspita!) e, alla fine, ho raggiunto la meta ai piedi dell’imponente parete della cima della Maledia e sotto le cime del Peirabroc e del Caïre del Muraion, dopo avere attraversato anche due lingue di neve.

L’agognato premio

Sono entrato disfatto dal caldo e la prima invocazione a Aladar (Andrea Pittavino) è stata…BIRRA!

Poi ho chiesto la linea per telefonare alla mia dolce metà, che non sapeva ancora dove io fossi finito.

Mi ha stappato una “Pagarina” che credo fosse “ambrata” (non ero lucido, né per chiederlo né per capirlo). ???

L’ho bevuta subito, con avidità.

La quantità, né troppa né troppo poca che è l’avvio ideale.

Il benessere immediato, sottolineato da un sospiro e da un silenzio altrettanto eloquente.

Ho riappoggiato sul tavolo il piccolo bicchiere, l’ho allontanato, l’ho riavvicinato e l’ho riempito nuovamente più e più volte: il giusto premio alla mia fatica!

Ne avrei voluto ordinare subito un’altra, ma ho avuto paura di obnubilarmi: avevo ancora più di 11 chilometri di discesa.

Cliccando sul link, maggiori info sul birrificio e sulla sua produzione. 

Ho pranzato con un piatto di penne integrali “bio” (attento ai prodotti che utilizza per pranzi e cene, Aladar ha deciso di servire solamente cibi equosolidali, dal cacao al caffè e il rifugio ha la certificazione europea Ecolabel), ho preso il caffè mentre chiedevo a Aladar di rabboccarmi le borracce (anche lui si è picchiato con lo stesso tappo).

Verso valle

La nebbia che avvolgeva il rifugio mi suggeriva di stare con gli occhi bene aperti, durante la discesa. Primo nevaio: ok. Secondo nevaio: ancora in piedi.

Poi, a breve distanza, due storte sulla stessa caviglia. Ecchecazzo!

Tuoni sotto la nebbia. Cercavo di capirne la direzione e intanto aumentavo il passo quasi senza accorgermene. Chissà perché, da sempre, quando c’è tempo tendente al piovoso (o piove), mi sento meglio e quasi corro. Boh!

Quasi a metà percorso mi ha beccato l’acquazzone. Avevo indossato il gilet antivento e con quello sono rimasto: non avevo freddo e non mi dava fastidio la pioggia.

Il pensiero, adesso, era rivolto agli “appoggi”: non volevo scivolare sulle pietre umide.

Ormai quasi arrivato alla passerella sul rio Pantacreus, ho sentito dei rumori alla mia sinistra: voltandomi ho visto un bell’esemplare di maschio di stambecco uscire da un macchione. Solo nel Parco delle Alpi Marittime si incontrano animali in libertà con tanta frequenza: impagabile!

Camminando spedito ho raggiunto la famiglia che era partita una mezz’oretta prima di me dal rifugio.

Non pioveva più.

Ora, il più era fatto: non restava che cercare di camminare il più velocemente possibile per stare entro le 2h30’ (sarò disadattato?). Ci sono riuscito.

Il pretesto per un’altra birra a Valdieri: questa volta Ichnusa. ?

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